Una meraviglia selvaggia: nelle Gole di Fosso Torno (29 marzo 2018)

Da tempo avevamo intenzione di esplorare le Gole di Fosso Torno, una località da sempre snobbata ( della serie “è solo un fosso”, appunto). L’approccio della nostra associazione è esplorativo e con un occhio rivolto a località di bassa montagna per niente turistiche, ma meritevoli di attenzione.  Posti che spesso riservano delle grosse sorprese, come nel caso di queste gole. Più che di un “fosso” si tratta infatti di un vero e proprio torrente con delle forre di tutto rispetto, che ricorda in certi tratti le atmosfere del Raganello. Una meraviglia naturale usata nei decenni come discarica, ma che meriterebbe di essere bonificata e fatta conoscere, anche come un percorso di canyoning.
Dalla famiglia Oliveto che gestisce il bar di Torno, già avevamo saputo che la discesa del torrente era stata compiuta da alcuni speleologi pugliesi in estate tanti anni fa (forse l’unica esplorazione di torrentismo che si conosca). Non può essere certo un posto turistico e facilmente fruibile, essendo impervio e selvaggio, ma quantomeno bisognerebbe  rimarcare che nel territorio di Viggianello esistono gole così spettacolari.All’inizio l’obiettivo era “speleologico”, ovvero quello di esplorare alcune cavità che si vedevano sotto la strada, da Cozzo Cricchio. Lasciamo la macchina vicino al muro e scendiamo nel bosco. Sotto la strada c’è una discarica a cielo aperto: copertoni, lavatrici, recipienti di plastica vari, persino due carcasse di vecchie auto! Evito di pubblicare le foto dei rifiuti, mettendo in risalto solo ciò che abbiamo visto di bello. Incontriamo le pareti che ci interessano e ci facciamo strada con il macete tra i rovi. Dalle belle pareti percola l’acqua. Di grotte nessuna traccia però, solo piccoli “ripari” sotto le pareti. Da lontano si vede anche un ruscello che forma una cascata molto alta che scende nel torrente lungo le alte pareti (dagli abitanti di Torno al bar, verremmo dopo a sapere che si chiama “cascata della zita”). Allontanandoci dalla strada scompare finalmente l’immondizia: siamo in un bel bosco di leccio. Arriviamo finalmente giù, ma per giungere al letto del torrente dobbiamo usare la corda doppia, seppure per un breve tratto. Scesi sotto ci accorgiamo subito della bellezza del posto, un vero e proprio torrente incassato nella roccia e delimitato da alte pareti. Anche qui purtroppo di tanto in tanto si incontrano dei rifiuti, anche se più che altro di piccola entità (oggetti di plastica soprattutto). Forse la bonifica del torrente sarà possibile solo se i futuri torrentisti che frequenteranno le gole avranno la pazienza poco alla volta di portarsi uno zaino più capiente dove riporre i rifiuti incontrati. Continuiamo a scendere giù, cercando di non bagnarci i piedi e saltanto da una riva all’altra, in equilibrio su massi scivolosi. Comincia a balenare subito l’idea di una discesa integrale con le corde del torrente, quando comincerà a fare caldo ma ci sarà ancora l’acqua, che qui già verso giugno scompare. Procedendo ancora in discesa incontriamo un bellissimo tratto, più stretto, con una cascata a forma di scivolo. Qui decidiamo di fare marcia indietro per risalire il torrente fino alla frazione di Torno. Raggiungiamo il punto in cui ci siamo calati e poi proseguiamo. Non ce l’aspettavamo, ma qui le gole si restringono: sono i tratti più interessanti. Finora eravamo riusciti a non bagnarci i piedi, saltando da un masso all’altro, ma per risalire certi tratti siamo cotretti a bagnarci. Incontriamo una cascatina con una pozza di acqua alta circa un metro e mezzo ma riusciamo arrampicandoci ad aggirarla. Si prosegue la salita, le gole restano strette, lungo il torrente incontriamo grandi massi. Evitiamo di passare, per la puzza, vicino alla carogna di una pecora, forse caduta da sopra… Si prosegue ed ecco la sorpresina: una cascata di cinque metri ci sbarra la strada. Non c’è proprio modo di aggirarla. Anche se avessimo la muta e potendoci bagnare, sarebbe difficile lo stesso superarla. Si rafforza l’idea che dovremo affrontare il torrente quando farà caldo e ci sarà ancora l’acqua, attrezzati di mute e corde, scendendo le cascate con la corda in doppia, ancorata agli alberi.
Dobbiamo tornare indietro, ma più sopra, visto il dislivello che c’è ancora fino a Torno, dovrebbero esserci altri salti e altre cascate. Adesso dobbiamo trovare un modo per superare le pareti delle gole e arrampicarci, fino a raggiungere i pendii boscosi che ci porteranno alla strada provinciale. Troviamo un punto ripido che riusciamo a superare, ma arrivare sopra è più difficile di quel che sembra: il terreno è instabile e il punto da superare molto esposto, scivolare significherebbe cadere direttamente giù sulle rocce del torrente. Così mettiamo una corda in doppia ad un albero che funga da sostegno. Superato il punto esposto saliamo lungo i pendii e ci portiamo sulla strada.
Poi andiamo al bar a bere una birra e parliamo con gli avventori della nostra esplorazione. Da una foto capiscono la zona della grotta che cercavamo e ci dicono che il nome della grotta, o meglio del riparo, è “Grotta del Monaco”. Poi parliamo delle gole, che sono conosciute da alcuni locali; c’era chi attraversava Fosso Torno con le capre e chi conosceva le gole perchè ci andava  a caccia. La prima esplorazione integrale di torrentismo pare che risalga però al 2001, ad opera del Gruppo Speleo ‘Ndronico di Lecce. La famiglia Oliveto ci mostra un passpartu con le foto che all’epoca fecero gli speleologi pugliesi.
Oggi è tempo che le Gole di Fosso Torno escano dal dimenticatoio e si cominci a pensare ad un serio progetto di bonifica e di fruizione sostenibile,  nel rispetto della wilderness di questa meraviglia naturale…


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Nelle Gole di “Zu Gustino”

Esplorazione della gola di Zu’ Gustino – di Maurizio Lofiego

Era da tempo che avevamo individuato questa gola dal vallone sovrastante che finiva in corrispondenza della frazione Timpa del Pertugio, ci avevano subito colpito le sue imponenti pareti a strapiombo, immerse in una zona estremamente impervia e selvaggia.
Ieri pomeriggio ci ritroviamo con Giorgio e Saverio e decidiamo di recarci in quel gruppo di case isolate con la speranza che qualcuno del posto potesse darci qualche informazione a riguardo. Troviamo subito un abitante della frazione che ci indica a grandi linee un percorso fattibile per arrivare al canalone, ci avviamo per una sterrata in salita ma non eravamo certi sul percorso da fare, fin quando incrociamo un signore alla guida di un trattore carico di legna che scendeva dalla stessa strada. Chiediamo a lui le stesse cose chieste al signore incontrato in precedenza e subito si mostra gentile e disponibile ad indirizzarci verso l’inizio della gola, accompagnandoci per un breve tratto su una traccia di sentiero.
È uno di quegli incontri che vorresti fare sempre quando vai in montagna, una persona umile, semplice e saggia da cui puoi imparare sempre nuove cose, una persona che rispecchia l’anima di quei posti sperduti e selvaggi.
Prima di ringraziarlo e salutarlo gli chiediamo il suo nome, ci dice che si chiama Giuseppe, sì Giuseppe, proprio come un’altra persona che avevamo conosciuto un anno fa e che ora non c’è più. Lo conoscemmo ad uno dei nostri eventi e volle aderire subito all’associazione, ci disse che era un entomologo e noi fummo subito contenti di averlo nel gruppo. Alla prima prima escursione a cui prese parte capimmo subito che non era un semplice studioso di insetti, ci rendemmo conto del suo amore verso la natura e della sua sensibilità alle tematiche ambientali, una persona di cultura e allo stesso tempo semplice e sincera.
Adesso non potrai più partecipare alle nostre uscite in montagna, ma ogni qualvolta incontreremo quegli esseri minuscoli che tu amavi tanto, ci soffermeremo e il nostro pensiero non potrà non andare a te.
Vivrai per sempre nei nostri ricordi.
Ciao Giuseppe

Ultime esplorazioni speleologiche

Diario – 2 dicembre 2016

Solitaria esplorativa alla ricerca di grotte
breve video

Mi rincuora sempre che  nel Massiccio del Pollino, e precisamente nell’Alta Valle del Frido, possano esistere ancora luoghi oltre che wilderness anche ignoti, o quantomeno ignoti ai più (ricordiamo sempre che pastori e cacciatori conoscevano bene queste montagne). Se poi pensiamo alle grotte e alla possibilità che si aprano spiragli verso un mondo sotterraneo del tutto sconosciuto, la tentazione esplorativa diventa ancora più forte. Sebbene non tanto distanti da casa, sono luoghi impervi quelli che mi accingo ad percorrere oggi, che però da un po’ di anni, anche assieme agli altri amici, ho imparato a conoscere bene.

Ma i meandri di queste montagne recano ancora dei segreti, che forse non scopriremo mai. Mi raccontava un anziano del mio paese che quando faceva il pastore, da giovane, scivolò in un buco con le gambe; riuscì a liberarsi è scoprì subito dopo, quando vi buttò un sasso – del quale non riuscì a sentire il rumore –  che il buco era forse una voragine profonda. Oppure si vociferava di una caverna da cui era possibile ascoltare il rumore di un fiume sotterraneo, per non parlare di tutte le leggende sulle grotte legate ai briganti. E’ questo lo spirito, forse un po’ fanciullesco (ma sta bene così), che mi porto appresso quando vado in esplorazione e che permette di sopportare anche la fatica e i pericoli della natura selvaggia e impervia. In un mondo globalizzato ed esplorato in ogni dove, tenuto sotto controllo dai satelliti, misurato, calcolato, è di sicuro rincuorante poter ritrovare “francobolli” di wilderness, anche ignota. Da sempre non mi piace la visione museale della natura, propria delle “riserve integrali”; non perché non siano a volte necessarie (a causa dell’affollamento turistico), ma perché penso che la natura vada anche “vissuta”: è questo in fondo il concetto di wilderness. Lo spirito dell’esplorazione deve però accompagnarsi sempre a quello della conservazione. Vivere la natura selvaggia significa allo stesso tempo volerne conservare lo stato di integrità naturale e la quiete  di certi suoi luoghi, che sono anche habitat importanti per numerose specie di flora e fauna. E’ ovvio che questa conciliazione può sussistere solo se prendiamo in considerazione pochi visitatori, coscienti e motivati.   Se (soprattutto nella speleologia) adottiamo il punto di vista dei “colonizzatori”, dei primati e delle etichette, della trasformazione di luoghi integri in località banalizzate e addomesticate dal turismo, ci allontaniamo da un approccio “etico” alle aree selvagge.

Mi avvio da casa a piedi. L’escursione mi ha permesso di fare anche interessanti osservazioni naturalistiche. Lungo la strada avvisto un toporagno: il mistero riguarda il fatto che è  la seconda volta che vedo un toporagno.
e, strano a dirsi, l’ ho ritrovato nello stesso e preciso punto in cui ne trovai l’anno scorso uno stesso esemplare, sempre morto… Il toporagno non è un “topo”, in quanto appartenente alla famiglia dei soricidi, la stessa a cui appartengono le talpe. Non è semplice avvistarlo, soprattutto da vivo…

All’inizio devo farmi strada nella vegetazione intricata con il mio  coltello da sopravvivenza. Arrivato alle gole le costeggio un po’, seguendo un sentiero di cinghiali. Devo superare il tratto impervio per poter costeggiare la sponda  sinistra e cominciare l’esplorazione. Il terreno è accidentato e pieno di salti e sporgenze rocciose che a volte bisogna aggirare facendo faticosi saliscendi. Noto un allocco che si posa su un albero. C’è un grande gracchiare di ghiandaie, forse spaventate dal rapace. Arrivo alla zona da esplorare e comincio a costeggiare le alte pareti rocciose, quando intravedo una cavità, dalla forma stretta e allungata verso l’alto. Non dovrebbe essere lunga  e profonda, ma vale la pena di andarla a visitare. Pare da lontano inaccessibile, ma poi mi rendo conto che basta arrampicare un po’ per entrarvi. E’ di sicuro una bella formazione naturale. Potrebbe chiamarsi “Caccaviedd”, piccolo caccavo (il caccavo era il recipiente che usavano i pastori per bollire il latte). Purtroppo non ho la macchina fotografica e perciò  devo accontentarmi solo di qualche pessima foto fatta con il cellulare. Continuo la perlustrazione. Tutta questa zona è interessante, per la presenza di buchi e di fratture, queste ultime causate probabilmente da una faglia. Più avanti noto quello che dev’essere un altro ingresso, posto in alto sovrastante un ripido canalone.
Non si passa, c’è un salto roccioso che dovrei arrampicare, sono solo e rischierei l’osso del collo, perciò non mi resta che salire da u’n altra parte raggiungendo l’ingresso della grotta dall’alto, magari vedendo se c’è un modo per accedere da su. Arrivo sopra dopo una faticosa arrampicata lungo i pendii e raggiungo l’inizio del canalone. Posso vedere l’ingresso, sta sotto di me e c’è un impressionante salto roccioso. Registro il waypoint, perché è un punto buono da cui potersi calare con la corda.
La grotta c’è e l’ingresso è anche ampio, potrebbe continuare per molte decine di metri o per poco, chi lo sa. Ho con me solamente una corda da 15 metri e da solo comunque sarebbe pericoloso calarsi. Ci toglieremo il dubbio quando verrò con gli altri compagni del Gruppo Lupi, attrezzati a dovere. Continuo ad esplorare il versante e mi devo fare strada tra i ripidi cocuzzoli rocciosi ammantati dal bosco di leccio. Ad un certo punto capisco che sto andando troppo in alto, così scendo giù, ma devo superare, in un paio di casi, due saltini con la corda, calandomi per pochi metri. Incontro altre belle formazioni rocciose, sempre alla ricerca di possibili grotte, poi arrivo finalmente alle zone già esplorate più volte in passato, supero il torrente e mi porto nel bosco. Incontro fatte e tracce di cervo. Dal bosco si arriva alla zona di rovi e spine, superata la quale, aiutandomi con il coltello, arrivo finalmente alla strada sterrata…

Diario – 7 dicembre 2016

Grotta del pipistrello 
“E questa stanza è lontana?”
“In linea retta un 200 metri ma qui, purtroppo, vie dirette non ce ne sono.”
(dal film “Stalker” di Tarkowskij)

L’ingresso trovato cinque giorni fa in solitaria andava esplorato per bene. Mi ero segnato il waypoint sul GPS per poter ritrovare il punto da cui calarsi. Perciò con l’amico Maurizio abbiamo subito deciso di andarlo ad ispezionare, muniti di attrezzatura speleo. Valutando bene ciò che ci aspettava, ci portiamo due corde, una da 60 e una da 30, per essere sicuri che tutto vada bene anche in caso di qualche imprevisto (corda che rimane impigliata con rischio di restare imbottigliati senza poter né scendere né risalire, ad esempio). La zona come dicevo è impervia e per raggiungerla abbiamo dovuto faticare parecchio. All’inizio pensando di accorciare ci ritroviamo in una giungla di rovi e spine. Apro la strada con il coltellaccio ma ci sono punti in cui non si può passare. Torniamo indietro a malincuore. Ci tocca fare il giro lungo passando dalla faggeta, dove il terreno è più libero. Per fortuna ci sono delle tracce di cinghiale e di mucche che ci consentono di passare. E pensare che qui un tempo i contadini coltivavano grano e patate, c’erano campi e pascoli puliti. L’abbandono della montagna fa avanzare inesorabilmente il bosco. Riusciamo ad uscire infine dall’inferno della vegetazione e torniamo alla strada.

immagine purtroppo sfuocata di un cervo tra gli alberi
Giunti alla faggeta cominciamo a costeggiare le pareti per arrivare al punto prestabilito. Ci capita di fare un bell’incontro: notiamo tra gli alberi un bellissimo cervo maschio che appena ci vede corre via. Avevamo già incontrato le sue fatte in questa zona e finalmente siamo riusciti ad avvistarlo nel suo habitat selvaggio. Riesco a fotografarlo ma nella foto non si capisce quasi nulla, perché è venuto sfuocato. Arrivati alla zona della grotta ci tocca una dura arrampicata lungo pendii e canaloni. Le alternative sono due: o arrampichiamo lungo una parete rocciosa o ci caliamo dall’alto. Nonostante abbia registrato l’altra volta il punto GPS mi distraggo e vado troppo a destra rispetto alla zona delle pareti da arrampicare. Poi riesco a ritrovarla. Maurizio prova a salire ma capiamo subito che la roccia è viscida e scivolosa: troppo pericoloso, optiamo per la calata dall’alto, anche se per raggiungere il punto dobbiamo continuare ad arrampicare i pendii, in modo da aggirare il canalone e discenderlo appunto dall’alto. Queste zone sono labirintiche; è facile sbagliarsi. Per ritrovare il punto da cui calarsi dobbiamo sudare un po’, perché invece di andare a sinistra capitiamo troppo in alto. Ridiscendiamo e finalmente lo ritroviamo. Siamo sopra le pareti che sovrastano il canalone: da qui si vede l’ingresso della grotta. Passiamo la corda da 60 metri attorno ad un albero e ci caliamo in doppia lungo un ripido canalino roccioso.
Scendendo noto che non c’è più la roccia dove mettere i piedi: è una grotta e adesso mi trovo sul tetto e posso vedere un’ampia fessura! Il vero ingresso sta sotto di me. Capisco subito che la grotta vera era nascosta, non essendo visibile da nessun punto; quella che vedevamo dall’alto è sì una grotta ma non è profonda come pensavamo, ingannati dall’ombra. In sostanza le grotte sono due, una, simile più ad una spaccatura verticale, l’altra una grotta più ampia e profonda, la sola che prendiamo in considerazione dal punto di vista speleologico. E’ molto improbabile che altri uomini prima di noi siano mai stati qui. Intanto aspetto che Maurizio scenda per andare dentro. Notiamo subito che la grotta è stretta e abbastanza profonda, ma si dirama verso l’alto, perciò dobbiamo arrampicare. La roccia calcarea è asciutta e non abbiamo problemi nel salire fino al punto dove termina la caverna.

Ci accorgiamo che è presente del guano di pipistrello e più sopra ne vediamo anche uno, isolato, appeso a testa in giù. Ricordandoci della lezione appresa nel workshop sui chirotteri organizzato a novembre dal Gruppo Lupi, abbassiamo subito la voce, per non disturbare il pipistrello (i pipistrelli infatti, udendo dei rumori possono svegliarsi, con gran dispendio dell’energia che gli serve durante la fase di ibernazione). Ma il disturbo arrecato è minimo, restiamo nella grotta per pochi minuti. Abbiamo potuto osservare delle belle concrezioni calcaree: piccole stalattiti e altri generi ancora…

Usciti, mangiamo all’interno dell’altra grotta a fianco, a forma di spaccatura. Poi ritiriamo la corda con cui siamo scesi e la giriamo attorno ad un albero: adesso ci tocca un’altra calata in doppia, per tornare al punto di prima e ridiscendere il ripido canalone.
 Video 
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(testi e foto tratti da: leucodermis.blogspot.it)

Diari d’escursione – Due “lupi” sulla cima del Monte Bianco!

In cima al Gigante Bianco

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Giovanni e Renzo Stimolo sulla cima del Monte Bianco

Il Monte Bianco, con i suoi 4810 metri di altezza, è la montagna più alta delle Alpi e di tutta l’Europa centrale, oltre ad essere una delle sette sommità del pianeta. Per noi, amanti della montagna però, la sua altezza non è l’unica caratteristica affascinante. Questo enorme monolite granitico infatti, circondato da punte aguzze e valloni in cui scorrono enormi e tormentati ghiacciai, rappresenta un ambiente incredibilmente selvaggio, nonostante l’uomo, con la costruzione delle sue attrazioni turistiche cerchi sempre più di addomesticarlo. Sono nate infatti, sia sul versante Francese che su quello Italiano, funivie in grado di raggiungere facilmente i ghiacciai d’alta quota, mentre, con un altro impianto a fune, è addirittura possibile collegare i due tronconi, quello italiano e quello francese, permettendo al turista di attraversare il massiccio restando comodamente appeso ad un filo! Sono cose che ci mettono tristezza, ma che non sminuiscono il fascino che questa montagna porta con sé. Su questa montagna è nato l’alpinismo, e l’ascensione alla sua cima non è cosa banale, vista la continua variabilità delle sue condizioni e la violenza dei fenomeni meteo caratteristici di queste quote.
È per questo, che da quando abbiamo cominciato ad andar per monti, sogniamo la cima del Monte Bianco. Inizialmente era solo un sogno irrealizzabile, mentre con l’aumentare delle nostre esperienze montanare, le possibilità che questo sogno potesse prima o poi avverarsi, crescevano. Dopo aver scalato qualche altro quattromila abbiamo cominciato a pensarci seriamente, e due anni fa abbiamo fatto il primo tentativo. Siamo stati costretti a rinunciarvi per il forte innevamento trovato in quel periodo, che rendeva molto elevato il pericolo di valanghe. L’anno successivo le condizioni erano opposte, poca neve e crepacci aperti già ad inizio stagione. Quest’anno le condizioni sembravano buone e quindi abbiamo deciso di ritentare. Lo abbiamo fatto sempre a modo nostro, con grande passione, forti della nostra esperienza ma al tempo stesso consapevoli dei nostri grandi limiti. Lo abbiamo fatto senza guide, preparando meticolosamente un trekking che partendo dall’abitato di Chamonix, ci permettesse di raggiungere la vetta, contando solo sulle nostre forze e soprattutto sperando in un meteo clemente, pronti però a rinunciare in caso di condizioni non buone.
Dopo aver affrontato il lungo viaggio in auto per raggiungere Courmayeur, attraversiamo il tunnel del Monte Bianco in Autobus, fino a raggiungere la vicina Chamonix, in Francia. Da qui subito a piedi e zaino in spalla cominciamo la nostra avventura, risalendo il ripido sentiero, prevalentemente boscoso, che porta al Refuge du Plan de l’Aiguille a quota 2207 metri, dove riusciremo finalmente a riposare dopo una notte praticamente insonne.
Il giorno successivo, dopo aver raggiunto la località di Montenvers a 1909 metri di quota, affollata dai turisti che risalgono da Chamonix mediante un trenino per visitare la Mer de Glace (mare di ghiaccio), scendiamo su parete attrezzata fino al letto del Ghiacciaio. Percorriamo quindi in salita la Mer de Glace, su ghiaccio scricchiolante, coperto di detriti, e cercando la via nel labirinto di crepacci. Raggiunta la confluenza del Glacier du Tacul e del Glacier de Leschaux nella Mer de Glace, impegniamo il ramo di destra, ovvero quello del Tacul, e proseguiamo fino ad intercettare il percorso anche questo attrezzato che ci permetterà di raggiungere la nostra seconda meta, ovvero il Refuge du Requin posto su uno sperone roccioso a 2516 metri di quota. Il letto del ghiacciaio è purtroppo, sempre più basso, tanto che per raggiungere la prima scaletta in ferro, ne è stata aggiunta una di fortuna, che permette di superare i primi metri di salto su liscia parete. Il rifugio è accogliente, ma piccolo ed essenziale, proprio come deve essere un rifugio di montagna.
Il giorno seguente, partiamo di buon’ora ma con la luce, su consiglio del gestore del rifugio, per la terza impegnativa tappa. Traversiamo in leggera discesa la morena laterale, fino a guadagnare nuovamente il ghiacciaio, subito a monte di una zona particolarmente tormentata, per poi proseguire, legati in cordata, su una lingua laterale più tranquilla che permette di superare i Seracchi del Gigante, da interpretare con molta attenzione, per evitare di esserne inghiottiti. Raggiungiamo quindi il Glacier du Géant (ghiacciaio del Gigante) che ci porterà, una volta aggirato il Gros Rognon, sulla testata della Vallée Blanche, dove è situato il Refuge des Cosmiques a quota 3613 metri, che ci ospiterà per la terza notte. Siamo stanchi per il faticoso trekking fin qui condotto ma il giorno seguente è l’unico giorno utile per tentare la vetta, in quanto subito dopo è previsto un peggioramento delle condizioni meteo. Il Refuge des Cosmiques è completamente diverso dai precedenti, è più grande ed affollato ed in grado di ospitare i numerosi alpinisti che giungono per scalare il Bianco e le sue cime minori. Per noi è sicuramente meno accogliente dei precedenti, ma è una sorta di tappa obbligata! Prepariamo gli zaini e cerchiamo di riposare un po’ prima della cena, mentre comincia a nevicare, cosa che fa crescere l’attesa e le incognite per il grande giorno. L’apporto è comunque piccolo, ed il freddo fa ben sperare nelle condizioni di rigelo, quindi andiamo a cercare di dormire un po’, prima dell’imminente sveglia trenta minuti dopo la mezzanotte e colazione all’una di notte.
Appena suona la sveglia, gli alpinisti isterici scattano! Qualcuno, già pronto a partire, scappa fuori dalle camerate. Il brusio si fa consistente ed un rumoreggiare delle attrezzature che battono sul solaio di legno ci riportano alla realtà di un alpinismo di massa. Noi due invece, stranamente riusciamo a mantenere la calma, quasi fossimo alpinisti navigati e dopo aver fatto colazione, una volta districatici in mezzo ad un via vai di scarponi piccozze e ramponi, riusciamo ad uscire dal rifugio ed un quarto d’ora prima delle due siamo in cammino. E’ sereno, ma in lontananza si vedono ancora i bagliori dei temporali. Ci facciamo convinti che si allontanino da noi, fidandoci delle previsioni, e proseguiamo. Durante la ripida salita al Mont Blanc Du Tacul, non riusciamo a rompere il fiato, ma non perdiamo la concentrazione nei passaggi chiave, come il superamento dell’aperta crepaccia terminale. Superato il Mont Blanc du Tacul a 4165 metri di quota, una prima discesa ci fa riprendere fiato portandoci nuovamente a 4030 metri, prima di un’altra ripida salita che culmina al Col du Mont Maudit (4345mt). Qui, nell’ultimo tratto sopra la crepaccia terminale, la rampa è particolarmente pendente ed una cordata impacciata ci fa sostare un po’ troppo. La sosta, associata al vento che comincia ad essere consistente ci fa perdere calore, tanto da cominciare a sentire freddo alle mani. Siamo costretti quindi a superare la cordata che ci precede e a raggiungere il Colle mentre comincia ad albeggiare. Superiamo con estrema attenzione un tratto a mezza costa, ghiacciato ed insidioso, con traccia molto stretta che conduce al Col della Brenva (4309mt), dove possiamo finalmente fare le prime fotografie. Il vento nel frattempo si è fatto impetuoso, aumentando ancor più la percezione del freddo ed ostacolando la scalata. Abbiamo superato il tratto tecnicamente più impegnativo quando, di fronte a noi, si staglia l’enorme cupola bianca. Mancano ancora cinquecento metri di dislivello, siamo stremati, e al ritorno bisognerà risalire le discese dell’andata. Un ragionevole dubbio ci assale! Continuiamo? Il desiderio però, di raggiungere quella cima agognata da anni, è troppo forte, quindi, ci facciamo coraggio e cerchiamo di trovare le forze per continuare! Un passo sofferto dopo l’altro, per raggiungere un sogno. Sono le otto e mezza, quando, dopo quasi sette ore di cammino, raggiungiamo la cima! Non riusciamo a trattenere le lacrime! La gioia è palpabile e ci abbracciamo coscienti del fatto che, nessuno dei due, senza l’aiuto dell’altro, ce l’avrebbe mai fatta! Tocchiamo il cielo con un dito e le difficoltà che ci attendono al ritorno, passano inesorabilmente in secondo piano. Senza troppi giri di parole siamo felici! Ci facciamo fare una foto da altri alpinisti giunti in vetta e scattiamo qualche foto al panorama sconfinato, ma decidiamo di non sostare troppo in vetta. Ci attende ancora tanta strada e dobbiamo anticipare l’arrivo del maltempo previsto per le due di pomeriggio. Percorriamo quindi l’intera via a ritroso, e superiamo la discesa dal Col du Mont Maudit, facendo una doppia. Ci fermiamo di tanto in tanto per fotografare seracchi giganteschi, alti come palazzi e crepacci pieni di stalattiti di ghiaccio. Durante la discesa dal Col du Mont Maudit ci coglie la nebbia che si dirada prima della salita al Tacul. Cerchiamo quindi di alzare il passo, ma il fisico non risponde. La nebbia ci invade definitivamente, quasi al termine della discesa dal Tacul, dove dovremo far affidamento al GPS per individuare la traccia corretta che ci porterà, dopo un’ultima rampa, nuovamente al Refuge des Cosmiques.
Il giorno seguente è previsto cattivo tempo, tanto che al rifugio ci sconsigliano di attraversare il Ghiacciaio del Gigante a piedi per raggiungere il Rifugio Torino. Noi decidiamo di fare colazione alle cinque e di partire solo, se le condizioni non sono proibitive. In effetti il meteo non è poi così brutto al primo mattino, e ne approfittiamo per attraversare il Ghiacciaio del Gigante, per poi scendere in funivia a Courmayeur. Avremmo voluto evitare anche questa, ma ci hanno informato che sul sentiero sono presenti i detriti dei lavori per la realizzazione della nuova funivia, che rendono il percorso, soprattutto nella parte alta, piuttosto pericoloso. Inoltre il maltempo incombe e decidiamo di non tirare troppo la corda.
È stato davvero un percorso grandioso, che ci ha fatti sentire piccoli ed insignificanti di fronte a tanta maestosità, ma che raggiunta la cima ci ha permesso di toccare il cielo, rendendoci felici!

Giovanni e Renzo Stimolo

(sito: sgrmountain.it)

Diari di escursione – Cinque lupi nelle Gole del Raganello

Parco Nazionale del Pollino, 24/07/2016

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Cos’è un’escursione in ambiente naturale, più o meno selvaggio? Per qualcuno si tratta di uno sport all’aria aperta, per qualcun’altro, di una sorta di scampagnata, o ancora, di una visita guidata in una specie di museo o giardino naturale, per altri invece di un modo per dar sfogo ai propri istinti primordiali, mentre per qualcuno serve a dimostrare le proprie capacità sfidando eventi o fenomeni naturali. Per noi non è mai stato nulla di tutto ciò. Per noi è un modo per conoscere la natura, esplorandola e vivendola, un modo per conoscere noi stessi e i nostri limiti, un modo per sognare ad occhi aperti. Per questo, ogni nostra escursione è prima desiderata, poi meticolosamente preparata, studiando le carte topografiche, le relazioni di chi c’è già stato, compiendo sopralluoghi e informandoci per quanto possibile sulle attuali condizioni, ed infine praticata con il massimo rispetto per gli ambienti attraversati, cercando di non lasciare traccia del nostro passaggio. Questa è la nostra visione di questo straordinario mondo! E’ per questo motivo, che un’escursione come quella di cui ci accingiamo a parlare, praticata in un modo o nell’altro, anche da gruppi rumorosi di gente “attrezzata” con costume da bagno e ciabatte, abbia richiesto un così lungo tempo per poter essere realizzata. Sono anni che sogniamo di percorrere le gole basse del Raganello, ma abbiamo rinviato più volte, forse perché non ci sentivamo sufficientemente preparati e sicuri di ciò che avremmo dovuto affrontare. Si, perché le gole del Raganello, sono tra gli ambienti più selvaggi del Pollino, e come tutti gli ambienti selvaggi, possono presentare difficoltà improvvise ed inaspettate, superabili, forse, solo con l’esperienza, la conoscenza ed un pizzico di fortuna. A vivere questa fantastica avventura, siamo in cinque, oltre a noi due, Maurizio, Indio e Umberto, tutti soci fondatori della neonata associazione “Gruppo Lupi San Severino Lucano” che ha preso vita pochi giorni prima dell’escursione. Ci incontriamo a Civita, per poi salire con l’auto in località Colle la Ciuca. Di qui scendiamo al diroccato Ponte d’Ilice, lo attraversiamo ed imbocchiamo una labile traccia che scende al greto del Raganello. Prima di cominciare a scendere però, risaliamo la stretta Forra d’Ilice, fino al punto in cui le gole si aprono. Le gole basse, partono di qui e proseguono per circa quattro chilometri e mezzo fino a sbucare sotto il Ponte del Diavolo a Civita.Partiamo quindi per la nostra discesa, che per circa metà del percorso non presenta particolari difficoltà. Tratti più stretti ed ombreggiati si alternano a tratti più aperti ed assolati. Scendiamo, con una progressione tranquilla, gustandoci ogni scorcio e vivendo intensamente ogni attimo. In un tratto più stretto, proprio davanti a noi una pietra cade fragorosamente dalle ripide pareti, facendoci ricordare, semmai ce ne fossimo dimenticati, di essere in un ambiente pericoloso, in cui non è concesso abbassare la guardia.Dopo questo primo tratto, raggiungiamo la Conca degli Oleandri, uno dei pochi punti dal quale è possibile abbandonare le gole e che segna anche il termine del tratto più tranquillo. Di lì a breve infatti raggiungiamo la Frana Ciclopica. Enormi massi, caduti nella notte dei tempi, rendono la progressione decisamente movimentata. Superiamo alcuni salti calandoci con la corda, altri infilandoci nei cunicoli formati dai macigni accatastati, altri saltando o lasciandoci scivolare. E’ questo l’ambiente selvaggio che speravamo di incontrare, un ambiente ostile ed affascinante, un ambiente da rispettare e mai sfidare, un ambiente grandioso ed austero, che ti fa provare emozioni indescrivibili. E’ come un padre severo e amorevole, che ti permette di giocare con lui, senza mai perdere di vista il rispetto.Raggiungiamo più avanti un altro angolo di paradiso, dove l’acqua piove trasudando dalla roccia, formando concrezioni ricoperte da muschi e capelvenere. Manca poco al termine delle gole, ed incontriamo i soliti turisti indisciplinati che si affacciano nelle gole in costume da bagno e ciabatte, ignari dei pericoli a cui sono esposti nonché irrispettosi degli ambienti che stanno violando.Occorre secondo noi una regolamentazione dell’accesso alle gole, se non altro per scongiurare incidenti derivanti dalla leggerezza con cui si affrontano ambienti simili. Una volta fuori dalle gole, facciamo una sosta per metterci a nostro agio, prima di ripartire sulla strada lastricata che con una ripida salita raggiunge l’abitato di Civita. Un’escursione grandiosa, che non ha tradito le aspettative di cinque amici, amanti della montagna, continuamente alla ricerca di ambienti selvaggi ed incontaminati, che purtroppo però, diventano sempre più rari.