Ultime esplorazioni speleologiche

Diario – 2 dicembre 2016

Solitaria esplorativa alla ricerca di grotte
breve video

Mi rincuora sempre che  nel Massiccio del Pollino, e precisamente nell’Alta Valle del Frido, possano esistere ancora luoghi oltre che wilderness anche ignoti, o quantomeno ignoti ai più (ricordiamo sempre che pastori e cacciatori conoscevano bene queste montagne). Se poi pensiamo alle grotte e alla possibilità che si aprano spiragli verso un mondo sotterraneo del tutto sconosciuto, la tentazione esplorativa diventa ancora più forte. Sebbene non tanto distanti da casa, sono luoghi impervi quelli che mi accingo ad percorrere oggi, che però da un po’ di anni, anche assieme agli altri amici, ho imparato a conoscere bene.

Ma i meandri di queste montagne recano ancora dei segreti, che forse non scopriremo mai. Mi raccontava un anziano del mio paese che quando faceva il pastore, da giovane, scivolò in un buco con le gambe; riuscì a liberarsi è scoprì subito dopo, quando vi buttò un sasso – del quale non riuscì a sentire il rumore –  che il buco era forse una voragine profonda. Oppure si vociferava di una caverna da cui era possibile ascoltare il rumore di un fiume sotterraneo, per non parlare di tutte le leggende sulle grotte legate ai briganti. E’ questo lo spirito, forse un po’ fanciullesco (ma sta bene così), che mi porto appresso quando vado in esplorazione e che permette di sopportare anche la fatica e i pericoli della natura selvaggia e impervia. In un mondo globalizzato ed esplorato in ogni dove, tenuto sotto controllo dai satelliti, misurato, calcolato, è di sicuro rincuorante poter ritrovare “francobolli” di wilderness, anche ignota. Da sempre non mi piace la visione museale della natura, propria delle “riserve integrali”; non perché non siano a volte necessarie (a causa dell’affollamento turistico), ma perché penso che la natura vada anche “vissuta”: è questo in fondo il concetto di wilderness. Lo spirito dell’esplorazione deve però accompagnarsi sempre a quello della conservazione. Vivere la natura selvaggia significa allo stesso tempo volerne conservare lo stato di integrità naturale e la quiete  di certi suoi luoghi, che sono anche habitat importanti per numerose specie di flora e fauna. E’ ovvio che questa conciliazione può sussistere solo se prendiamo in considerazione pochi visitatori, coscienti e motivati.   Se (soprattutto nella speleologia) adottiamo il punto di vista dei “colonizzatori”, dei primati e delle etichette, della trasformazione di luoghi integri in località banalizzate e addomesticate dal turismo, ci allontaniamo da un approccio “etico” alle aree selvagge.

Mi avvio da casa a piedi. L’escursione mi ha permesso di fare anche interessanti osservazioni naturalistiche. Lungo la strada avvisto un toporagno: il mistero riguarda il fatto che è  la seconda volta che vedo un toporagno.
e, strano a dirsi, l’ ho ritrovato nello stesso e preciso punto in cui ne trovai l’anno scorso uno stesso esemplare, sempre morto… Il toporagno non è un “topo”, in quanto appartenente alla famiglia dei soricidi, la stessa a cui appartengono le talpe. Non è semplice avvistarlo, soprattutto da vivo…

All’inizio devo farmi strada nella vegetazione intricata con il mio  coltello da sopravvivenza. Arrivato alle gole le costeggio un po’, seguendo un sentiero di cinghiali. Devo superare il tratto impervio per poter costeggiare la sponda  sinistra e cominciare l’esplorazione. Il terreno è accidentato e pieno di salti e sporgenze rocciose che a volte bisogna aggirare facendo faticosi saliscendi. Noto un allocco che si posa su un albero. C’è un grande gracchiare di ghiandaie, forse spaventate dal rapace. Arrivo alla zona da esplorare e comincio a costeggiare le alte pareti rocciose, quando intravedo una cavità, dalla forma stretta e allungata verso l’alto. Non dovrebbe essere lunga  e profonda, ma vale la pena di andarla a visitare. Pare da lontano inaccessibile, ma poi mi rendo conto che basta arrampicare un po’ per entrarvi. E’ di sicuro una bella formazione naturale. Potrebbe chiamarsi “Caccaviedd”, piccolo caccavo (il caccavo era il recipiente che usavano i pastori per bollire il latte). Purtroppo non ho la macchina fotografica e perciò  devo accontentarmi solo di qualche pessima foto fatta con il cellulare. Continuo la perlustrazione. Tutta questa zona è interessante, per la presenza di buchi e di fratture, queste ultime causate probabilmente da una faglia. Più avanti noto quello che dev’essere un altro ingresso, posto in alto sovrastante un ripido canalone.
Non si passa, c’è un salto roccioso che dovrei arrampicare, sono solo e rischierei l’osso del collo, perciò non mi resta che salire da u’n altra parte raggiungendo l’ingresso della grotta dall’alto, magari vedendo se c’è un modo per accedere da su. Arrivo sopra dopo una faticosa arrampicata lungo i pendii e raggiungo l’inizio del canalone. Posso vedere l’ingresso, sta sotto di me e c’è un impressionante salto roccioso. Registro il waypoint, perché è un punto buono da cui potersi calare con la corda.
La grotta c’è e l’ingresso è anche ampio, potrebbe continuare per molte decine di metri o per poco, chi lo sa. Ho con me solamente una corda da 15 metri e da solo comunque sarebbe pericoloso calarsi. Ci toglieremo il dubbio quando verrò con gli altri compagni del Gruppo Lupi, attrezzati a dovere. Continuo ad esplorare il versante e mi devo fare strada tra i ripidi cocuzzoli rocciosi ammantati dal bosco di leccio. Ad un certo punto capisco che sto andando troppo in alto, così scendo giù, ma devo superare, in un paio di casi, due saltini con la corda, calandomi per pochi metri. Incontro altre belle formazioni rocciose, sempre alla ricerca di possibili grotte, poi arrivo finalmente alle zone già esplorate più volte in passato, supero il torrente e mi porto nel bosco. Incontro fatte e tracce di cervo. Dal bosco si arriva alla zona di rovi e spine, superata la quale, aiutandomi con il coltello, arrivo finalmente alla strada sterrata…

Diario – 7 dicembre 2016

Grotta del pipistrello 
“E questa stanza è lontana?”
“In linea retta un 200 metri ma qui, purtroppo, vie dirette non ce ne sono.”
(dal film “Stalker” di Tarkowskij)

L’ingresso trovato cinque giorni fa in solitaria andava esplorato per bene. Mi ero segnato il waypoint sul GPS per poter ritrovare il punto da cui calarsi. Perciò con l’amico Maurizio abbiamo subito deciso di andarlo ad ispezionare, muniti di attrezzatura speleo. Valutando bene ciò che ci aspettava, ci portiamo due corde, una da 60 e una da 30, per essere sicuri che tutto vada bene anche in caso di qualche imprevisto (corda che rimane impigliata con rischio di restare imbottigliati senza poter né scendere né risalire, ad esempio). La zona come dicevo è impervia e per raggiungerla abbiamo dovuto faticare parecchio. All’inizio pensando di accorciare ci ritroviamo in una giungla di rovi e spine. Apro la strada con il coltellaccio ma ci sono punti in cui non si può passare. Torniamo indietro a malincuore. Ci tocca fare il giro lungo passando dalla faggeta, dove il terreno è più libero. Per fortuna ci sono delle tracce di cinghiale e di mucche che ci consentono di passare. E pensare che qui un tempo i contadini coltivavano grano e patate, c’erano campi e pascoli puliti. L’abbandono della montagna fa avanzare inesorabilmente il bosco. Riusciamo ad uscire infine dall’inferno della vegetazione e torniamo alla strada.

immagine purtroppo sfuocata di un cervo tra gli alberi
Giunti alla faggeta cominciamo a costeggiare le pareti per arrivare al punto prestabilito. Ci capita di fare un bell’incontro: notiamo tra gli alberi un bellissimo cervo maschio che appena ci vede corre via. Avevamo già incontrato le sue fatte in questa zona e finalmente siamo riusciti ad avvistarlo nel suo habitat selvaggio. Riesco a fotografarlo ma nella foto non si capisce quasi nulla, perché è venuto sfuocato. Arrivati alla zona della grotta ci tocca una dura arrampicata lungo pendii e canaloni. Le alternative sono due: o arrampichiamo lungo una parete rocciosa o ci caliamo dall’alto. Nonostante abbia registrato l’altra volta il punto GPS mi distraggo e vado troppo a destra rispetto alla zona delle pareti da arrampicare. Poi riesco a ritrovarla. Maurizio prova a salire ma capiamo subito che la roccia è viscida e scivolosa: troppo pericoloso, optiamo per la calata dall’alto, anche se per raggiungere il punto dobbiamo continuare ad arrampicare i pendii, in modo da aggirare il canalone e discenderlo appunto dall’alto. Queste zone sono labirintiche; è facile sbagliarsi. Per ritrovare il punto da cui calarsi dobbiamo sudare un po’, perché invece di andare a sinistra capitiamo troppo in alto. Ridiscendiamo e finalmente lo ritroviamo. Siamo sopra le pareti che sovrastano il canalone: da qui si vede l’ingresso della grotta. Passiamo la corda da 60 metri attorno ad un albero e ci caliamo in doppia lungo un ripido canalino roccioso.
Scendendo noto che non c’è più la roccia dove mettere i piedi: è una grotta e adesso mi trovo sul tetto e posso vedere un’ampia fessura! Il vero ingresso sta sotto di me. Capisco subito che la grotta vera era nascosta, non essendo visibile da nessun punto; quella che vedevamo dall’alto è sì una grotta ma non è profonda come pensavamo, ingannati dall’ombra. In sostanza le grotte sono due, una, simile più ad una spaccatura verticale, l’altra una grotta più ampia e profonda, la sola che prendiamo in considerazione dal punto di vista speleologico. E’ molto improbabile che altri uomini prima di noi siano mai stati qui. Intanto aspetto che Maurizio scenda per andare dentro. Notiamo subito che la grotta è stretta e abbastanza profonda, ma si dirama verso l’alto, perciò dobbiamo arrampicare. La roccia calcarea è asciutta e non abbiamo problemi nel salire fino al punto dove termina la caverna.

Ci accorgiamo che è presente del guano di pipistrello e più sopra ne vediamo anche uno, isolato, appeso a testa in giù. Ricordandoci della lezione appresa nel workshop sui chirotteri organizzato a novembre dal Gruppo Lupi, abbassiamo subito la voce, per non disturbare il pipistrello (i pipistrelli infatti, udendo dei rumori possono svegliarsi, con gran dispendio dell’energia che gli serve durante la fase di ibernazione). Ma il disturbo arrecato è minimo, restiamo nella grotta per pochi minuti. Abbiamo potuto osservare delle belle concrezioni calcaree: piccole stalattiti e altri generi ancora…

Usciti, mangiamo all’interno dell’altra grotta a fianco, a forma di spaccatura. Poi ritiriamo la corda con cui siamo scesi e la giriamo attorno ad un albero: adesso ci tocca un’altra calata in doppia, per tornare al punto di prima e ridiscendere il ripido canalone.
 Video 
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(testi e foto tratti da: leucodermis.blogspot.it)
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Un pensiero riguardo “Ultime esplorazioni speleologiche

  1. Complimenti al gruppo dei lupi di san Severino, un augurio a tutti ds parte del gruppo Speleo marmo platano di muro lucano.Spero un giorno cinsi possa incontrare per esplorare insieme altre cavità.

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