Una serata dedicata al lupo a San Severino Lucano

Si è svolto il 27 dicembre con successo “Il lupo che non conosci”, evento dedicato al lupo, organizzato dall’Ass. Gruppo Lupi di San Severino Lucano, in collaborazione con il relatore (e nostro socio) Antonio Iannibelli, fotografo, naturalista e scrittore originario di San Severino, uno dei curatori del sito italianwildwolf.com e referente dell’associazione culturale “Provediemozioni.it”.

Dopo il workshop sui chirotteri di novembre anche quest’ iniziativa si inserisce tra le attività che la nostra associazione dedica alla divulgazione delle tematiche ambientali. Pur essendo un’associazione fondamentalmente “escursionistica”, il Gruppo Lupi ritiene infatti di non limitarsi ad un approccio meramente ludico-sportivo alla montagna.  Siamo consapevoli, inoltre, che la conoscenza della natura non debba restare chiusa nelle “aule universitarie” o rimanere prerogativa dei soli ambiti specialistici. Si può dire infatti che anche figure come naturalisti, cacciatori fotografici, guide escursionistiche o semplici appassionati possano agire da “mediatori” apportando un  contributo notevole alla divulgazione ambientale, attraverso una trasmissione del sapere che arrivi cioè alle persone comuni. Il lavoro che possono fare le piccole associazioni non va trascurato, per il rapporto simbiotico che queste possono avere con il territorio le risorse motivazionali che stanno dietro alla loro costituzione. L’evento è stato patrocinato dall’AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche), valido come corso di aggiornamento per i soci iscritti.

Conoscevamo già Antonio per il suo libro “Un cuore tra i lupi”, dove racconta la sua infanzia nel Pollino e la successiva riscoperta della natura selvaggia e del lupo nell’Appennino Tosco-Emiliano, nella terra d’emigrazione dell’autore. Quando Antonio ha deciso di aderire alla nostra associazione, gli abbiamo subito proposto di organizzare una serata sul lupo da tenersi a San Severino, dove si potesse raccontare questo magnifico predatore con sue foto e aneddoti ricavati da un’esperienza decennale di ricerca e studio, sulle tracce dei lupi. Il lupo è presente anche nel logo della nostra associazione e per chi vive sul Pollino è un forte simbolo identitario, che ci lega alla nostra montagna e alla natura selvaggia. Si può dire, in realtà, che anche tra pastori e cacciatori di un tempo (almeno in base ai miei personali ricordi) non ci sia mai stato “odio”  per il lupo. Il lupo era (ed è), una forza della natura selvaggia, un po’ come la neve sulle montagne d’inverno… né buono e né cattivo e quindi sfuggente alle nostre categorizzazioni. Come diceva il conservazionista americano Aldo Leopold, dobbiamo sforzarci di “pensare come una montagna”: il lupo  è parte dell’equilibrio naturale di un certo habitat, un elemento biologico imprescindibile di un ambiente sano. Appunto per questa sua natura di predatore, la conflittualità con le attività umane era però inevitabile; purtroppo negli anni Settanta  le persecuzioni portarono il lupo appenninico in serio pericolo d’estinzione. Ovviamente se si vuole convivere con il lupo è necessario che i diritti degli allevatori vengano sempre rispettati e che (essendo la fauna selvatica proprietà dello Stato) tutta la collettività  si “accolli”, per così dire, i costi che eventualmente possono esserci per le comunità locali a causa delle predazioni di bestiame domestico.

Nel suo excursus fotografico Iannibelli  ha toccato vari argomenti, dai metodi per riconoscere un lupo ai segni della sua presenza, la biologia e il comportamento sociale, i confitti con l’uomo e altri problemi; in particolare Iannibelli ha inteso sfatare alcuni “miti” sul lupo duri a morire, alimentati purtroppo anche da certi giornalisti con poca preparazione in campo ambientale e alla ricerca del sensazionalismo mediatico. Tanti sono stati gli interventi del pubblico, che ha interagito con il relatore tramite domande e osservazioni che hanno dato vita ad un interessante dibattito.

Un ringraziamento particolare va ad Antonio Iannibelli e ai suoi collaboratori. Si ringraziano tutti quelli che hanno partecipato all’iniziativa, in special modo coloro i quali hanno percorso molti chilometri di distanza per essere presenti all’appuntamento. Ringraziamenti vanno anche a Don Antonio Zaccara per averci concesso la disponibilità del Centro Parrocchiale e alla Pro Loco di San Severino Lucano per la collaborazione.

Saverio De Marco

Presidente del Gruppo Lupi San Severino Lucano

Foto di Maurizio Lofiego

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Cercando una leggenda… si trova altro. Escursione speleologica.

Eravamo partiti con l’obiettivo di trovare qualche grotta… io, Maurizio, Carlo e Antonio. La ricerca speleologica dalle nostre parti, sul Pollino lucano, comporta prima di tutto delle escursioni anche impegnative, perché bisogna andare in montagna e camminarvi per ore. Non siamo, per fare un esempio, in Puglia, dove si trovano grotte incredibili nelle città o im

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la banda Franco

mediatamente sotto casa (la Grotta del Trullo ne è un esempio meraviglioso).

La leggenda della Grotta del Brigante di Serra Crispo da più di un secolo aleggia sulle nostre valli. C’è chi dice, tra gli abitanti del Pollino, di esservi entrato; chi era pronto ad accompagnare gli speleologi ma improvvisamente, nel giorno decisivo, ha avuto un vuoto di memoria. Si narra di gradini scolpiti nella roccia, che conducevano all’interno e di incredibili tesori; o di diverse entrate poste in luoghi anche parecchio distanti. La nostra prospettiva era più modesta: non intendevamo trovare la grotta del brigante Franco, ma una grotta che alcuni paesani ci avevano segnalato in una zona di Serra di Crispo… grotta che – si dice -fosse frequentata dai briganti della Banda Franco.

L’altra caratteristica delle escursioni alla ricerca di grotte  è che ci si concentra su un solo obiettivo. Vero è che quando si è in montagna non si può ignorare tutto il resto, ovvgrotta-dei-quattro-013iamente; la bellezza della natura si rivela ad ogni passo. Più che speleologo comunque, mi considero un umile “cercatore di grotte”. Eravamo già stati con Maurizio e Marco nella zona che oggi andiamo ad esplorare, senza trovare nulla. Alla ricerca di questa grotta, ci aggiriamo tra rocce e canaloni, a ridosso di paretine rocciose, ispezionando anche i buchi più insignificanti. Mentre facciamo questo mi capita di notare un inghiottitoio, tappato da foglie, rami e terra ma con un’ evidente spaccatura. Controllo che il terreno regga il mo peso, per evitare il rischio di sprofondamenti… e vado a vedere. Arrivano anche Maurizio, Antonio e Carlo. In una spaccatura inseriamo un ramo, che entra per circa due metri. Poi Antonio nota una piccola buca da cui si sente il rumore dell’acqua: inseriamo la torcia all’interno e notiamo che sotto i nostri piedi c’è img-20161223-wa0003una piccola caverna, che continua attraverso un cunicolo che pare percorribile, a sinistra, obliquamente. Il buco è piccolo e non possiamo entrarvi, bisognerà tornare qui muniti di qualche strumento, pale e zappette, per allargarlo e poterci così calare. E’ quasi ora di pranzo e cerchiamo un punto esposto al sole per mangiare. Vado più avanti, continuo ad ispezionare la zona, quando i compagni mi chiamano, perché hanno trovato qualcosa. E’ un buco stretto, ma inserendo la lampada frontale si nota che c’è una grotta a forma di budello, che va giù per diversi metri.
Il buco è abbastanza largo per poter passare. Attrezziamo la corda di calata. Maurizio va per primo. C’è una bella grotta sotto i nostri piedi. Dopo Antonio mi calo anche io. Carlo resta all’aperto per sicurezza, nel caso qualcosa vada storto. La grotta progredisce in verticale per una ventina di metri. Il tetto è bello alto. Nel punto in cui ci si può sganciare e poggiare i piedi a terra comincia uno stretto passaggio che conduce ad una stanzetta dal tetto molto alto. Di fronte, received_10208238985553964-1sovrastante rispetto a noi, dopo un salto di un paio di metri, c’è un altro stretto passaggio, impraticabile. Nel pavimento della stanzetta troviamo anche delle ossa che si sono ingiallite, arrivate là da chissà quanti anni. Uno è un femore… Si notano qua e là delle belle, anche se modeste, concrezioni calcaree, dovute al percolamento dell’acqua. Noto anche un piccolissimo funghetto e delle radici che spuntano dal tetto. 
Tutto sommato si tratta di una bella caverna. Il primo nome che ci viene in mente è “Grotta dei Quattro”, perché siamo stati in quattro a trovarla. Non è molto originale, ma ci servirà per capire di quale grotta  stiamo parlando tra le tante conosciute . L’avventura finisce qui e usciamo fuori dopo aver fatto le dovute riprese e fotografie… Questa parte del Pollino lucano, ancora inesplorata per certi versi, potrà ancora riservare delle belle sorprese. Si potrà trovare qualche grotta significativa in estensione e grandezza oppure (sebbene lo scetticismo sia parecchio), la leggendaria grotta del brigante Franco con gli scalini scolpiti in pietra!

Saverio “Indio” De Marco

 

Il video dell’escursione al seguente link:

VIDEO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL LUPO CHE NON CONOSCI – 27 dicembre a San Severino Lucano

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IL LUPO CHE NON CONOSCI

Evento aperto al pubblico e gratuito, organizzato dall’ Associazione Gruppo Lupi San Severino Lucano, in collaborazione con Antonio Iannibelli, fotografo, naturalista e scrittore.

Approvato da AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). La partecipazione all’evento è  valida come corso di aggiornamento per i soci AIGAE, a cui verrà riconosciuto 1 credito (CFP) ai fini formativi.

DESCRIZIONE

La presentazione è indirizzata ad appassionati e ricercatori, ma soprattutto alla gente comune che vuole conoscere il vero lupo selvatico. Antonio Iannibelli cercherà di rispondere ad alcune domande che serviranno a fare un po’ di chiarezza in questo mare di disinformazioni:

Come riconoscere un lupo?

Quanti lupi ci sono in Italia?

Quali sono le caratteristiche del lupo italiano?

Quali sono le differenze tra lupo selvatico e cane lupo domestico?

Cosa mangiano i lupi?

Quale è il suo vero ruolo nell’ambiente?

Il lupo è pericoloso per l’uomo?

Esistono i lupi neri?

E’ vero che i lupi ululano alla luna?

Per rispondere a queste semplici domande Antonio Iannibelli proietterà delle immagini fotografiche e video riprese in ambiente libero durante una lunga esperienza sul campo. Nell’incontro si cercherà di dare una spiegazione alle ingiustificate persecuzioni da parte dell’uomo, come proteggere dagli attacchi i nostri animali domestici e quali sono i vantaggi di vivere nel territorio del lupo. Nell’incontro si lascerà molto spazio alla partecipazione del pubblico con la possibilità di fare domande, con l’intento di favorire il dialogo e il confronto.

Sarà anche l’occasione per parlare del libro “Un cuore tra i lupi”, di Antonio Iannibelli, che racconta come nasce la sua passione per la natura selvaggia e in particolare del lupo. La sua storia  di fotografo naturalista e studioso di lupi. L’infanzia vissuta all’ombra del bosco Magnano, nel cuore del Pollino, sotto la guida di un nonno custode dell’antica sapienza contadina. L’arrivo nel tumultuoso mondo cittadino, con la terra d’origine che si ritrae in un angolo di ricordi e nostalgie. Infine la riscoperta della Natura e l’inaspettato incontro con l’archetipo stesso del mondo selvaggio, simbolo immotivato di crudeltà e oggetto di persecuzioni. Avventure, briganti, transumanze, drammi singolari e collettivi, e in ultimo il ritorno in uno scenario che segna profondamente i suoi figli: quella Lucania descritta con tratti da realismo magico, accesi e talvolta poetici. Una terra rude ma al contempo fascinosa proprio come il protagonista silenzioso del libro, quel lupo sognato e inseguito per una vita.

PRESENTAZIONE DI ANTONIO IANNIBELLI, FOTOGRAFO, WOLF BLOGGER E SCRITTORE DI NATURA.

Da sempre il contatto con la Natura ha rappresentato per me un motivo essenziale di vita. Scoprire i messaggi della Natura tramite le sue manifestazioni viventi, dalla terra al mondo vegetale sino a quello animale è stato la strada per riscoprire me stesso. Per questo sia nella mia infanzia e adolescenza nel Pollino, sia poi da adulto, dopo il trasferimento a Bologna, nell’Appennino emiliano, questo percorso naturalistico ha avuto una certa continuità.

La necessità di registrare, trattenere e soprattutto comunicare le emozioni della Natura mi ha condotto alla scoperta dello strumento fotografico che mi ha consentito in tanti anni di vivere e rivivere esperienze memorabili ed uniche se consideriamo lo stile di vita che la contemporaneità ci costringe a condurre.

Da qui la condivisione di queste emozioni con altri amici, con i quali ho costituito l’Associazione Culturale “Provediemozioni.it”, di cui sono attualmente presidente, http://www.provediemozioni.it/  Ci proponiamo attraverso la nostra attività di promuovere la formazione fotografica e l’educazione ambientale a tutto tondo. Ma in particolare ci occupiamo di far conoscere il lupo “vero” cercando di contrastare la scorretta informazione che proprio su questo animale sembra accanirsi frequentemente. Può sembrare una goccia nel mare, ma sono convinto che se si facesse più informazione si eliminerebbero pregiudizi e tante falsità su questo animale.

Per questo ho progettato e realizzato un corso “Conoscere il lupo” già nel 2003, “La festa del lupo” nel 2008 e un sito web http://www.italianwildwolf.com/ dedicato al lupo appenninico nel 2009, in contemporanea presentavo la Carta dei diritti del lupo http://www.italianwildwolf.com/carta-dei-diritti-del-lupo/. L’intento è di far conoscere pregi e difetti del predatore italiano più temuto allo scopo di dare a tutti l’opportunità di farsi una propria opinione.

Per tutto il resto vi aspetto nel mio blog www.antonioiannibelli.it

 

Ultime esplorazioni speleologiche

Diario – 2 dicembre 2016

Solitaria esplorativa alla ricerca di grotte
breve video

Mi rincuora sempre che  nel Massiccio del Pollino, e precisamente nell’Alta Valle del Frido, possano esistere ancora luoghi oltre che wilderness anche ignoti, o quantomeno ignoti ai più (ricordiamo sempre che pastori e cacciatori conoscevano bene queste montagne). Se poi pensiamo alle grotte e alla possibilità che si aprano spiragli verso un mondo sotterraneo del tutto sconosciuto, la tentazione esplorativa diventa ancora più forte. Sebbene non tanto distanti da casa, sono luoghi impervi quelli che mi accingo ad percorrere oggi, che però da un po’ di anni, anche assieme agli altri amici, ho imparato a conoscere bene.

Ma i meandri di queste montagne recano ancora dei segreti, che forse non scopriremo mai. Mi raccontava un anziano del mio paese che quando faceva il pastore, da giovane, scivolò in un buco con le gambe; riuscì a liberarsi è scoprì subito dopo, quando vi buttò un sasso – del quale non riuscì a sentire il rumore –  che il buco era forse una voragine profonda. Oppure si vociferava di una caverna da cui era possibile ascoltare il rumore di un fiume sotterraneo, per non parlare di tutte le leggende sulle grotte legate ai briganti. E’ questo lo spirito, forse un po’ fanciullesco (ma sta bene così), che mi porto appresso quando vado in esplorazione e che permette di sopportare anche la fatica e i pericoli della natura selvaggia e impervia. In un mondo globalizzato ed esplorato in ogni dove, tenuto sotto controllo dai satelliti, misurato, calcolato, è di sicuro rincuorante poter ritrovare “francobolli” di wilderness, anche ignota. Da sempre non mi piace la visione museale della natura, propria delle “riserve integrali”; non perché non siano a volte necessarie (a causa dell’affollamento turistico), ma perché penso che la natura vada anche “vissuta”: è questo in fondo il concetto di wilderness. Lo spirito dell’esplorazione deve però accompagnarsi sempre a quello della conservazione. Vivere la natura selvaggia significa allo stesso tempo volerne conservare lo stato di integrità naturale e la quiete  di certi suoi luoghi, che sono anche habitat importanti per numerose specie di flora e fauna. E’ ovvio che questa conciliazione può sussistere solo se prendiamo in considerazione pochi visitatori, coscienti e motivati.   Se (soprattutto nella speleologia) adottiamo il punto di vista dei “colonizzatori”, dei primati e delle etichette, della trasformazione di luoghi integri in località banalizzate e addomesticate dal turismo, ci allontaniamo da un approccio “etico” alle aree selvagge.

Mi avvio da casa a piedi. L’escursione mi ha permesso di fare anche interessanti osservazioni naturalistiche. Lungo la strada avvisto un toporagno: il mistero riguarda il fatto che è  la seconda volta che vedo un toporagno.
e, strano a dirsi, l’ ho ritrovato nello stesso e preciso punto in cui ne trovai l’anno scorso uno stesso esemplare, sempre morto… Il toporagno non è un “topo”, in quanto appartenente alla famiglia dei soricidi, la stessa a cui appartengono le talpe. Non è semplice avvistarlo, soprattutto da vivo…

All’inizio devo farmi strada nella vegetazione intricata con il mio  coltello da sopravvivenza. Arrivato alle gole le costeggio un po’, seguendo un sentiero di cinghiali. Devo superare il tratto impervio per poter costeggiare la sponda  sinistra e cominciare l’esplorazione. Il terreno è accidentato e pieno di salti e sporgenze rocciose che a volte bisogna aggirare facendo faticosi saliscendi. Noto un allocco che si posa su un albero. C’è un grande gracchiare di ghiandaie, forse spaventate dal rapace. Arrivo alla zona da esplorare e comincio a costeggiare le alte pareti rocciose, quando intravedo una cavità, dalla forma stretta e allungata verso l’alto. Non dovrebbe essere lunga  e profonda, ma vale la pena di andarla a visitare. Pare da lontano inaccessibile, ma poi mi rendo conto che basta arrampicare un po’ per entrarvi. E’ di sicuro una bella formazione naturale. Potrebbe chiamarsi “Caccaviedd”, piccolo caccavo (il caccavo era il recipiente che usavano i pastori per bollire il latte). Purtroppo non ho la macchina fotografica e perciò  devo accontentarmi solo di qualche pessima foto fatta con il cellulare. Continuo la perlustrazione. Tutta questa zona è interessante, per la presenza di buchi e di fratture, queste ultime causate probabilmente da una faglia. Più avanti noto quello che dev’essere un altro ingresso, posto in alto sovrastante un ripido canalone.
Non si passa, c’è un salto roccioso che dovrei arrampicare, sono solo e rischierei l’osso del collo, perciò non mi resta che salire da u’n altra parte raggiungendo l’ingresso della grotta dall’alto, magari vedendo se c’è un modo per accedere da su. Arrivo sopra dopo una faticosa arrampicata lungo i pendii e raggiungo l’inizio del canalone. Posso vedere l’ingresso, sta sotto di me e c’è un impressionante salto roccioso. Registro il waypoint, perché è un punto buono da cui potersi calare con la corda.
La grotta c’è e l’ingresso è anche ampio, potrebbe continuare per molte decine di metri o per poco, chi lo sa. Ho con me solamente una corda da 15 metri e da solo comunque sarebbe pericoloso calarsi. Ci toglieremo il dubbio quando verrò con gli altri compagni del Gruppo Lupi, attrezzati a dovere. Continuo ad esplorare il versante e mi devo fare strada tra i ripidi cocuzzoli rocciosi ammantati dal bosco di leccio. Ad un certo punto capisco che sto andando troppo in alto, così scendo giù, ma devo superare, in un paio di casi, due saltini con la corda, calandomi per pochi metri. Incontro altre belle formazioni rocciose, sempre alla ricerca di possibili grotte, poi arrivo finalmente alle zone già esplorate più volte in passato, supero il torrente e mi porto nel bosco. Incontro fatte e tracce di cervo. Dal bosco si arriva alla zona di rovi e spine, superata la quale, aiutandomi con il coltello, arrivo finalmente alla strada sterrata…

Diario – 7 dicembre 2016

Grotta del pipistrello 
“E questa stanza è lontana?”
“In linea retta un 200 metri ma qui, purtroppo, vie dirette non ce ne sono.”
(dal film “Stalker” di Tarkowskij)

L’ingresso trovato cinque giorni fa in solitaria andava esplorato per bene. Mi ero segnato il waypoint sul GPS per poter ritrovare il punto da cui calarsi. Perciò con l’amico Maurizio abbiamo subito deciso di andarlo ad ispezionare, muniti di attrezzatura speleo. Valutando bene ciò che ci aspettava, ci portiamo due corde, una da 60 e una da 30, per essere sicuri che tutto vada bene anche in caso di qualche imprevisto (corda che rimane impigliata con rischio di restare imbottigliati senza poter né scendere né risalire, ad esempio). La zona come dicevo è impervia e per raggiungerla abbiamo dovuto faticare parecchio. All’inizio pensando di accorciare ci ritroviamo in una giungla di rovi e spine. Apro la strada con il coltellaccio ma ci sono punti in cui non si può passare. Torniamo indietro a malincuore. Ci tocca fare il giro lungo passando dalla faggeta, dove il terreno è più libero. Per fortuna ci sono delle tracce di cinghiale e di mucche che ci consentono di passare. E pensare che qui un tempo i contadini coltivavano grano e patate, c’erano campi e pascoli puliti. L’abbandono della montagna fa avanzare inesorabilmente il bosco. Riusciamo ad uscire infine dall’inferno della vegetazione e torniamo alla strada.

immagine purtroppo sfuocata di un cervo tra gli alberi
Giunti alla faggeta cominciamo a costeggiare le pareti per arrivare al punto prestabilito. Ci capita di fare un bell’incontro: notiamo tra gli alberi un bellissimo cervo maschio che appena ci vede corre via. Avevamo già incontrato le sue fatte in questa zona e finalmente siamo riusciti ad avvistarlo nel suo habitat selvaggio. Riesco a fotografarlo ma nella foto non si capisce quasi nulla, perché è venuto sfuocato. Arrivati alla zona della grotta ci tocca una dura arrampicata lungo pendii e canaloni. Le alternative sono due: o arrampichiamo lungo una parete rocciosa o ci caliamo dall’alto. Nonostante abbia registrato l’altra volta il punto GPS mi distraggo e vado troppo a destra rispetto alla zona delle pareti da arrampicare. Poi riesco a ritrovarla. Maurizio prova a salire ma capiamo subito che la roccia è viscida e scivolosa: troppo pericoloso, optiamo per la calata dall’alto, anche se per raggiungere il punto dobbiamo continuare ad arrampicare i pendii, in modo da aggirare il canalone e discenderlo appunto dall’alto. Queste zone sono labirintiche; è facile sbagliarsi. Per ritrovare il punto da cui calarsi dobbiamo sudare un po’, perché invece di andare a sinistra capitiamo troppo in alto. Ridiscendiamo e finalmente lo ritroviamo. Siamo sopra le pareti che sovrastano il canalone: da qui si vede l’ingresso della grotta. Passiamo la corda da 60 metri attorno ad un albero e ci caliamo in doppia lungo un ripido canalino roccioso.
Scendendo noto che non c’è più la roccia dove mettere i piedi: è una grotta e adesso mi trovo sul tetto e posso vedere un’ampia fessura! Il vero ingresso sta sotto di me. Capisco subito che la grotta vera era nascosta, non essendo visibile da nessun punto; quella che vedevamo dall’alto è sì una grotta ma non è profonda come pensavamo, ingannati dall’ombra. In sostanza le grotte sono due, una, simile più ad una spaccatura verticale, l’altra una grotta più ampia e profonda, la sola che prendiamo in considerazione dal punto di vista speleologico. E’ molto improbabile che altri uomini prima di noi siano mai stati qui. Intanto aspetto che Maurizio scenda per andare dentro. Notiamo subito che la grotta è stretta e abbastanza profonda, ma si dirama verso l’alto, perciò dobbiamo arrampicare. La roccia calcarea è asciutta e non abbiamo problemi nel salire fino al punto dove termina la caverna.

Ci accorgiamo che è presente del guano di pipistrello e più sopra ne vediamo anche uno, isolato, appeso a testa in giù. Ricordandoci della lezione appresa nel workshop sui chirotteri organizzato a novembre dal Gruppo Lupi, abbassiamo subito la voce, per non disturbare il pipistrello (i pipistrelli infatti, udendo dei rumori possono svegliarsi, con gran dispendio dell’energia che gli serve durante la fase di ibernazione). Ma il disturbo arrecato è minimo, restiamo nella grotta per pochi minuti. Abbiamo potuto osservare delle belle concrezioni calcaree: piccole stalattiti e altri generi ancora…

Usciti, mangiamo all’interno dell’altra grotta a fianco, a forma di spaccatura. Poi ritiriamo la corda con cui siamo scesi e la giriamo attorno ad un albero: adesso ci tocca un’altra calata in doppia, per tornare al punto di prima e ridiscendere il ripido canalone.
 Video 
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(testi e foto tratti da: leucodermis.blogspot.it)