Il mio Pollino – di Alessandro Gogna

tratto da: http://www.banff.it/il-mio-pollino/

Per il giorno dopo a quello del mio 70° compleanno (che è il 29 luglio 2016) mi hanno invitato a San Severino Lucano per una conferenza. Che bello, mi dico. Così potrò finalmente tornare in quella meravigliosa zona del Monte Pollino dove ero stato 35 anni fa e poi mai più.

Per pura combinazione anche mia figlia Elena, assieme al fidanzato belga Gilles, sarà da quelle parti (Puglia, Basilicata, Calabria). E sempre per “combinazione” l’una compie gli anni il 30 e l’altro il 31!

Dunque sarà una vera e propria spedizione, cui si aggrega Guya, ma naturalmente anche la mamma di Gilles, Ilse, come pure la mamma di Elena, Bibi, e Andrea.

Dopo aver approfittato di macchinosi recuperi all’aeroporto di Bari, la sera del mio compleanno festeggiamo in una magnifica sala banchetti a Mezzana Salice, a una decina di km da San Severino: si tratta del Mulino Iannarelli, locale ricavato appunto da un vecchio mulino e risistemato in modo esemplare.

C’è grande gioia in aria, nonché forte aspettativa per la gita di domani nel gruppo del Pollino. Spendo alcune parole per illustrare le caratteristiche di questo parco nazionale, del tutto singolari, probabilmente uniche. La differenza di paesaggio tra il versante settentrionale e quello meridionale, per esempio. I boschi di faggio contrapposti ai versanti nudi e ripidi, talvolta intagliati da gole grandiose come quelle del Barile e del Raganello. Paesaggi che non trovano riscontro neppure nelle altre belle zone della catena appenninica, figuriamoci nelle Alpi.

Poi imposto un delirio poetico sul pino loricato, che decanto come l’albero che, assieme al maggiociondolo, mi è più caro. Sorvolo sulla risposta alla domanda “perché due alberi così diversi” fatta da chi li conosce. Racconto del mio maggiociondolo in giardino a Milano, piantato nel 2011: ha fatto i fiori gialli a grappolo solo in quell’anno, poi basta. Ogni primavera spio eventuali germogli, scaccio le lumache: arriva maggio e… niente da fare! Solo quest’anno la mia pianta si è sforzata un po’ di più e ha prodotto ben due grappoli! Due di numero. Una gioia immensa, subito ridimensionata da una gita contemporanea dalle parti dei Piani dei Resinelli sotto i quali, sulla strada dei tornanti di accesso, ho visto boschi interi di maggiociondolo, così gialli da sembrare una macchia mediterranea quando fioriscono le ginestre.

Ma torniamo al pino loricato. Loricato perché “corazzato”, come la corazza degli antichi legionari romani, rinforzata con scaglie metalliche. La sua corteccia infatti, grigia e rilucente, somiglia molto a una corazza. Cresce nei punti più improbabili, solo oltre una certa quota e solo lì sul Pollino (a parte i Balcani). Si slancia verso il cielo assumendo forme di volta in volta irose, minacciose, comunque di sfida. Le sue statiche contorsioni suggeriscono una ribellione perenne, come quella del vecchio guerriero che non vuole cedere al nemico ma tanto meno alla vecchiaia che avanza. Messi assieme non sembrano un esercito, appaiono piuttosto come samurai che obbediscono al loro proprio codice d’onore. Puntati e ritorti all’azzurro, dominano su vaste foreste di faggio, il cui verde mite e uniforme sembra un cielo inferiore.

La solennità di questa descrizione è stata comunque messa a dura prova durante la traduzione in inglese a beneficio di Gilles…

Antipasti, primi, secondi, dolce e vino pregiato di cantina: la festa volge alla fine, ci si scambia qualche dono. E l’ombra del pino loricato si allunga su di noi che stiamo andando a dormire.

Il giorno dopo è un tripudio, oltre che mantenimento delle promesse. Ci accompagnano Giorgio Braschi, Maurizio Lofiego, Saverio e Carmela De Marco. Giorgio è riconosciuto essere il più esperto conoscitore di questa montagna e annesso parco, ma anche gli altri tre non sono da meno. Ciò che il primo dimentica di dirci, in mezzo a una graditissima valanga di parole, viene immediatamente ricordato da uno degli altri tre, che a turno s’inserisce in questo travaso di cultura a piena immersione. La gentilezza e il desiderio di fare in modo che anche noi amiamo questo luogo sono gli strumenti che operano con precisione sulla nostra voglia di capire perché questo luogo ci stia prendendo così tanto.

Prima immersi nel verde dei faggi, camminando su varianti inventate da Giorgio, poi per ampie radure vedendo solo alla lontana altre due o tre comitive: fino alla gloriosa Fontana Pitt’accurc’, con un’acqua così buona da sembrare quasi vino bianco fresco.

Ci presentano una forma di pane tipo pugliese come trofeo-sorpresa. Il pane piace a tutti, ma sinceramente non comprendiamo il perché di tanto orgoglio. Poi ce la mettono in mano e così ci accorgiamo che peserà sui tre kg, perché all’interno è completamente farcita da qualcosa che nessuno ci rivela. Solo quando la mangeremo, in vetta alla Serra di Crispo.

Nel caldo della tarda mattinata di fine luglio, tra cavalli semibradi che pascolano e nitriscono, arriviamo al limitare della faggeta che, di colpo, si apre e lascia spazio ai primi pini loricati.

Avverto la compagnia che ancora ripensa alle descrizioni della sera prima, sento una comprensione improvvisa, come una conoscenza che t’investe senza più bisogno di domande, nella pace della spaziosa cima, seduti sulle radici dei pini con un panorama grande quanto la generosità di questo luogo.

Trentacinque anni fa ne ero stato ammaliato, oggi ho finalmente capito il perché. Farsi le foto con i pini nulla ha a che vedere con gli scatti assieme ai centurioni del Colosseo. Perché questi, di sicuro, sono guerrieri veri.

Per la discesa altre varianti senza sentiero per riguadagnare il bosco, solo che la discesa si rivela essere più lunga di quanto alcune gambe possano sopportare. In questo la meno allenata, Ilse, è stata anche la più stoica. Quanto alle mie, nessun problema. A dispetto dell’età (il suono dei settanta). Perché questo succede nelle giornate magiche quando si fanno le stesse cose fatte a trentacinque, con più gusto, con più vita alle spalle e con ancora più amore.
 

Alessandro Gogna

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Foto di gruppo a Serra di Crispo. In primo piano, da sinistra: Saverio De Marco, Maurizio Lofiego e Guya Spaziani; dietro, Ilse Vromann, Andrea Cito Filomarino, Elena Gogna, Gilles Vromann; in terza fila, Alessandro Gogna, Carmela De Marco (con dietro Bibiana Ferrari) e Giorgio Braschi (foto di Alessandro Gogna)

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