Gruppo Lupi all’inaugurazione dell’Infopoint di Episcopia: il racconto della scoperta dell’Eremo di San Saba

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Si è tenuta ieri 23 dicembre l’iniziativa di inaugurazione e presentazione della nuova sala dell’Infopoint ad Episcopia, nel corso della quale io e Maurizio Lofiego siamo stati invitati ad intervenire in merito alla recente scoperta dei resti dell’Eremo di San Saba, nella veste sia di guide escursionistiche che di rappresentanti del Gruppo Lupi San Severino Lucano ( e con il simpatico appellativo di “esploratori” riportato nella locandina). E’ stato proiettato per l’occasione il video che abbiamo realizzato durante l’escursione, per informare la cittadinanza sulla rilevanza storico-culturale di questa scoperta (almeno a livello locale), che conferma la veridicità delle testimonianze storiche relative all’Eremo riportate su alcuni documenti antichi. Un ritrovamento fatto quasi per caso durante una breve escursione, nemmeno programmata, il primo di Dicembre che ha avuto luogo grazie alla collaborazione e allo scambio di opinioni avute su Facebook con Alberto Maria Viceconte, appassionato di storica locale e consigliere comunale, con delega a turismo e spettacolo. Non sapevamo infatti, all’inizio, che sul “dorso d’elefante” che avevamo fotografato aggirandoci tra i conglomerati del Sinni, vi fosse stato un eremo frequentato a partire da più di mille anni fa, prima da San Saba il Giovane, dal Beato Giovanni da Caramola e poi dal monaco Pietro Cafaro di Episcopia. Un sito che sarà ovviamente sottoposto a vincolo archeologico. Ringraziamo Alberto anche qui pubblicamente, (assieme al sindaco Vecchione e a tutta l’amministrazione comunale di Episcopia, ai presenti), per averci subito messi al corrente delle sue conoscenze, per averci “accolti” e invitati all’evento, per avere parlato di “valorizzazione” di quelle figure come le guide e le associazioni che “esplorano” e battono il territorio del Pollino (un riconoscimento che non sempre è scontato purtroppo). Una scoperta che è la dimostrazione di come la sinergia e la collaborazione tra diverse figure professionali e della società civile (come guide escursionistiche, studiosi di storia locale, archeologi, ornitologi, geologi ecc.) non può che essere feconda per la conoscenza e la divulgazione ambientale del nostro territorio. I diversi paesi del Parco sono legati da tradizioni e storia comuni, il Pollino dalla Calabria alla Valle del Sinni è parte della nostra identità, siamo cioè “pollinesiani” come dico sempre scherzosamente (ma non troppo…!). Con l’occasione sono state illustrate ai presenti le peculiarità naturalistiche – geologiche, faunistiche, floristiche di questa parte della Valle del Sinni ricadente nei comuni di Fardella, Episcopia, Chiaromonte, un po’ “snobbata” ma invece meritevole di attenzione, da conservare e tutelare, promuovendo anche un turismo rispettoso dell’ambiente naturale e dei beni culturali. Un’area, quella della Valle del Sinni in generale, importantissima dal punto di vista archeologico, come anche il ritrovamento delle strutture di quest’Eremo dimostra. Un ultimo appunto che è stato fatto, riguarda la “sacralità” del sito, percepibile anche da un non credente, che ci fa riflettere sulla spiritualità di questi antichi monaci , che ricercavano nella comunione con i luoghi impervi del Pollino la via per la meditazione e l’elevazione interiore… Concludo dicendo che il lavoro di ricerca non finisce qui, perché nella Valle del Sinni ci sono sicuramente molte altre avventure che ci aspettano…

Saverio De Marco

(Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano)

foto fornite da Alberto Maria Viceconte

Ascesa all’Eremo di San Saba

Prologo

Non sarà facile scalare la “piramide” di argilla e pietre, dal versante che guarda verso il fiume le pareti sono ripide e scivolose, senza alcun tipo di appiglio. Siamo curiosi di esplorare la sommità e vedere se magari ci sono i resti dell’antico eremo. Siamo pessimisti, ma tentar non nuoce. Dal crinale nord-est del pinnacolo notiamo degli alberetti che ci permetterebbero di arrampicarci fino in cima. Decidiamo di provare. Ci sono una trentina metri di pendio, con tratti quasi verticali. Con prudenza e molto attenti a dove mettiamo i piedi, aggrappandoci alle radici e ai rami di piccoli ornielli, roverelle e ginestre, ci portiamo appena sotto la sommità della rupe, nei pressi di un boschetto di lecci e lentisco. Ad un certo punto sento esclamare Maurizio,  è davanti a me, mi chiama, è emozionato. Ha trovato qualcosa!  Mi avvicino e mi appare una struttura in blocchi litici con un architrave sommitale. E’ l’entrata di una probabile celletta, tappata in gran parte dalla terra, ma si notano perfettamente l’architrave e i muretti di pietra, perfettamente squadrati. Una struttura antropica sicuramente antichissima e caduta da secoli nell’oblio…

Nelle ultime esplorazioni nei calanchi del Sinni, io ( Saverio De Marco) e Maurizio Lofiego, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione Gruppo Lupi San Severino Lucano, avevamo raccolto informazioni sull’Eremo di San Saba, che sulla base delle testimonianze storiche doveva essere situato in cima all’isolotto piramidale nei pressi del Sinni, chiamato anche “Dorso d’Elefante” in gergo geologico. Le informazioni sugli eremi di questa zona ci disorientavano: lo stesso Braschi, nostro Presidente onorario e guida storica del Parco, ci aveva indicato la presenza di una grotta di sua conoscenza, nota per essere stata usata come romitorio dal Beato Giovanni da Caramola, che è situata a nord del pinnacolo piramidale. Tentiamo di trovarla seguendo le sue indicazioni ma non ci riusciamo. In un altro articolo del 2017 a cura dell’archeologo  Valentino Vitale ecco cosa si legge: “L’eremo di San Saba doveva essere situato pertanto sulla riva sinistra del fiume Sinni, nella località che il catasto denomina Cella dell’eremita, attualmente in agro di Fardella.

Oggi è possibile vedere dalla S.S. Sinnica un isolotto piramidale nel letto del fiume che fino al 1660 doveva essere attaccato alla terraferma, tanto che Gregorio De Lauro nei capitoli III e IV della Vita del Beato Giovanni lo descrive come una penisola. Giovanni si stabilì in quest’eremo nel pianoro a settentrione dell’isolotto dove ancora oggi esistono un pozzo d’acqua e una piccola grotta scavata nella roccia” (https://associazionexerospotamos.wordpress.com/eremo-del-beato-giovanni/)

Altre informazioni  reperite in rete indicavano la cima della “piramide” come sito dell’Eremo di San Saba. Ecco cosa ci aveva detto Alberto Viceconte di Episcopia, conoscitore di storia locale: “quell’enorme scoglio che hai fotografato e hai commentato come “cima inviolata” in realtà inviolata non è perché fu il rifugio e l’eremo del Santo monaco italo greco Saba il Giovane che ne abitò la sommità ben 1067 anni fa. In seguito questa imponente struttura prese proprio il nome di “Eremo di San Saba” e venne abitata dal Beato Giovanni da Caramola nel XIV sec. e dal monaco Pietro Cafaro di Episcopia nel secolo successivo.” Secondo la  testimonianza di un  “anonimo trecentesco” raccolta in un libro presente anche  online sul Beato Giovanni da Caramola si parla appunto di un eremo in cima alla rupe e delle difficoltà di accesso allo stesso: “questo eremo si trova nel territorio di Chiaromonte, su un’altissima rupe, sito inaccessibile per natura e impervio, con possibilità di accesso da un solo lato; e anche questo, sia per l’altezza a cui arriva, sia per la difficoltà del cammino, unico praticabile perché gli altri non hanno uscita, è pericolosissimo anche oggi dopo che è stata praticata un’apertura nella roccia e dopo che, ai nostri giorni, è stato aperto un adito; e ci si arrampica con le scale”. (http://www.lucania.one/caramola/index.htm). Su un altro sito si fa riferimento alla Cella dell’Eremita e all’isolotto piramidale, ma si riporta la documentazione fotografica della grotta già conosciuta e di un pozzo, in una zona facilmente accessibile e attribuita appunto alla frequentazione del Beato Giovanni da Caramola (vedi foto della grotta a questo link: https://www.visitfardella.it/leremo-di-san-saba-e-il-beato-giovanni-da-caramola/). Arrivati in cima all’isolotto abbiamo chiamato al telefono Giorgio Braschi per comunicargli il ritrovamento, mentre al ritorno dell’escursione parliamo con il nostro archeologo e membro del direttivo del Gruppo Lupi, Vincenzo Tedesco a cui facciamo vedere le foto dei ritrovamenti (e che ringraziamo per la consulenza archeologica fornita per la redazione di questo articolo).

Dalla documentazione in nostro possesso  non risulta, tramite foto online  e articoli scientifici,  che sulla cima della “piramide”  fosse stata trovata una qualche tipo di struttura che comprovasse l’esistenza del romitorio, anche se, come già detto, le testimonianze storiche nonché le “voci di popolo” , parlano della sommità della rupe come del sito dell’Eremo di San Saba.

Oltre alla celletta di pietra, sulla sommità scoperta della rupe esistono i ruderi di un’antica struttura quadrangolare di modeste dimensioni: è possibile notare le fondamenta, con le pietre allineate. Le strutture murarie sono realizzate in blocchi litici sommariamente sbozzati, messi in opera senza alcun legante (anche se le porzioni apprezzabili sono assai limitate ). In associazione a tali evidenze è stato possibile osservare sul terreno la presenza di tegole frammentarie. Inoltre, tutt’intorno, nei pressi del boschetto di leccio,  si riconosco ancora ulteriori blocchi sbozzati, forse riferibili al crollo parziale degli elevati della struttura. Abbiamo notato anche la presenza di un ulivo, con relativi frutti. Il ritrovamento è stato documentato con foto e video: non sappiamo a che epoca risalgono le ultime frequentazioni del sito, né se qualcuno sia stato quassù prima di noi in tempi più recenti, ci siamo limitati a documentare e descrivere quanto visto. Il paesaggio che si gode dalla “piramide” è spettacolare e il luogo emana davvero un senso di elevazione spirituale e di comunanza con il creato. Immaginiamo che anche questi dovevano essere i sentimenti di quegli antichi monaci eremiti che si spingevano in questi luoghi isolati per pregare e meditare. Era un luogo sacro… Non spostiamo e non prendiamo nulla di quel che abbiamo visto e cerchiamo di lasciare meno tracce possibili. Ci godiamo il paesaggio, mangiamo qualcosa sotto il sole che illumina la cima e poi ci prepariamo a tornare giù. In discesa è d’obbligo la corda, il terreno è scivoloso, si rischierebbe di cadere e di farsi male seriamente. Sistemiamo la corda in doppia e affrontiamo il ripido pendio, in tutto saranno una trentina di metri fino alla base della piramide… Quella di oggi è stata una bella scoperta (o meglio “riscoperta”): per noi di sicuro è una giornata indimenticabile che ci ha catapultati nei secoli passati, in un’epoca in cui le nostre montagne e vallate erano rifugi che nutrivano l’anima degli antichi monaci eremiti…

Saverio De Marco e Maurizio Lofiego

(rispettivamente Presidente  e Segretario del Gruppo Lupi San Severino Lucano)

VIDEO

 

 

Il Cacch’v: un luogo della nostra memoria e identità

Ritorno al Cacch’v

 

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Con l’ amico Quirino, già membro del Soccorso Alpino e guida ufficiale del Parco e Maurizio, abbiamo programmato in questi giorni un’escursione al Cacch’v la mitica grotta nota alla comunità dell’Alta Valle del Frido di cui mi parlavano e di cui parlano ancora pastori, cacciatori, contadini. Siamo così partiti per rifare la discesa integrale in corda doppia già compiuta nel marzo 2017 da me e  Maurizio Lofiego. Già verso il 2010, ascoltando appunto i racconti degli anziani del posto, mi misi alla ricerca di questa grotta. Nel 2014, basandomi sulle indicazioni di ex pastori e cacciatori del mio paese, come mio padre,   riuscii in solitaria ad esplorare l’ingresso da sotto, salendo con difficoltà un ripido canalone. Il 14 giugno con Maurizio Lofiego, attrezzati di corda, riuscimmo ad entrare nella grotta. Ci restava da esplorare l’ingresso superiore. Le indicazioni di un vicino di casa parlavano di un sentiero che un tempo veniva percorso con le capre, che passava proprio sull’ingresso sommitale. Ricordo che il Cacch’v ha una forma cilindrica, con due ingressi, uno dall’alto e uno dal basso a forma di porta (come si vede dalle foto). Riuscimmo a scoprire così l’imbocco di quel che restava del sentiero che costeggia alte pareti rocciose, oggi percorso solo da cervi e cinghiali. Una volta scoperto questo spettacolare imbuto sommitale, ci balzò così in mente subito di calarci nel Cacch’v per percorrerlo nella sua interezza, scendendo in doppia con una corda di 60 metri e una più piccola per le calate minori. In totale oltre alla calata principale di 30 metri con una quindicina nel vuoto, ce ne vogliono almeno altre due per scendere e guadagnare i sentieri che riportano alla civiltà. E’ un misto di speleologia, alpinismo e trekking in una delle zone più selvagge del Massiccio. Nulla di difficile, ma si perde tempo nelle varie manovre e comunque bisogna stare attenti per l’asprezza di queste zone rocciose. Portiamo la meraviglia del Cacch’v a tutta la comunità locale, con foto e video, ma molto gelosi di questo luogo di cui non diamo le indicazioni precise, proprio per preservarne l’integrità e lasciare alle nuove generazioni il gusto dell’avventura esplorativa, così come l’abbiamo vissuta noi. Quindi, nessuna intenzione di “valorizzazione” turistica, ma solo di tutela, anche per l’asperità di questi luoghi impervi che consentono l’accesso solo ad escursionisti preparati e motivati. Siamo ben consapevoli però che la conoscenza di questi “luoghi dell’identità e della memoria” è doverosa per il rispetto che dobbiamo alle generazioni passate di giovani che ne erano attratti (in fondo perché li amavano), per vivervi avventure indimenticabili…

Saverio De Marco

Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano

Guida Ambientale Escursionistica

 

 Qui di seguito si riportano i resoconti scritti, video o fotografici di tutte le esplorazioni compiute dal 2014 al 2019, ripresi dal mio blog leucodermis.blogspot.it

 

 

– 14 gennaio 2014 – Escursione in solitaria alla ricerca del Cacch’v

 

Con l’escursione di oggi ho voluto esplorare una zona di Cresta della Madonna di Pollino, versante ripido, selvaggio e inospitale, ma un tempo conosciuto bene da pastori e pellegrini.

Proprio parlando con un vicino di casa che un tempo pascolava, da ragazzo, su questa montagna, mi è stato confermato che “U Cacch’v” è la caverna verticale che avevo avvistato e fotografato da lontano; fin da quando son piccolo ne ho sentito parlare dalla gente di Mezzana. Cacch’v  in dialetto significa “buco” (Cacch’v era anche un grande recipiente a forma di cono rovesciato, che veniva usato dai massari per bollire grandi quantità di latte), e in effetti appare come un grande budello, una caverna verticale tra ripide pareti rocciose dove solo il leccio riesce a vivere abbarbicato ai dirupi.  La dea di questa montagna ha due volti: uno rassicurante, ben rappresentato dai ricoveri dei pellegrini, dallle croci e dalla strada che arriva in cima… e uno orrido e selvaggio: ma c’è da dire che “selvaggio” è soprattutto una condizione ascrivibile al presente… perchè nel passato questi posti erano conosciuti e frequentati dall’uomo, da pastori e cacciatori. Un tempo, come mi dice Zio Vincenzo che nel Cacch’ v andava  a caccia di piccioni selvatici,  esistevano sentieri di capre e passaggi sui versanti più impervi .

Nella mia testa si è insinuata anche l’idea di raggiungere “U Cacch’ v” da sopra, seguendo le suggestioni degli antichi percorsi dei pastori. Ma qui c’è poco da scherzare: ci sono salti verticali e spaccature nella roccia che richiederebbero l’uso di attrezzatura alpinistica (e la tecnica della discesa in corda doppia) e di non procedere ovviamente in solitaria. Come dice Zio Vincenzo i pastori buttavano dall’alto le pietre nel budello di roccia e le sentivano rotolare fino al Frido! Arrivo alla cima del Santuario e poi comincio a scendere. La discesa è all’inizio praticabile, anche se si svolge su terreno roccioso scoperto. Bisogna comunque stare attenti nella progressione… Poi raggiungo una zona in piano occupata dai faggi. Successivamente la discesa si fa più ripida: incontro parecchi salti rocciosi di diversi metri, che mettono a dura prova i miei nervi,  e dove la vegetazione è più intricata.

La soluzione è aprirsi la strada cercando di aggirare i salti rocciosi. Dove ci sono i lecci significa che i pendii sono ripidi e rocciosi, dove si incontrano i faggi si ha un po’ di sollievo, perchè vuol dire che la discesa è più sicura. A volte è proprio grazie ai rami degli alberi che riesco a scendere; mi aggrappo ad essi, corde vegetali primordiali a cui fare affidamento. Si sente l’acqua del torrente, è sotto di me, appare vicino, ma ci sono ancora dei salti impegnativi da superare con cautela…  Arrivo finalmente al letto del torrente, al sicuro, e non mi resta che costeggiarlo, fino a raggiungere le pareti, per tentare di esplorare “U Cacch’ v”. Ed ecco che mi appaiono le pareti rocciose verticali: salgo sulla riva sinistra del torrente per avere una visuale migliore, poi risalgo sulla riva destra e comincio a scalare il ripido pendio. Ho come la sensazione di dirigermi verso la caverna di un Sacro Graal che esiste solo nella mia testa… un Graal pastorale senza valore, inesistente, che vive come un’illusione di pietra tra le rocce e la vegetazione intricata.

Arrivato all’imbocco della “caverna” capisco che potrei procedere in arrampicata sul pendio roccioso e scivoloso, ma che poi in discesa rischierei di scivolare e cadere. Basterebbe qualche altra ginestra o leccio  in più e aggrappandomi ai loro rami potrei sostenermi. Invece ci sono solo corde di rovi che mi ferirebbero. Tento due  volte la salita poi, la mia prudenza di escursionsita solitario (prudente proprio perchè da soli è necessario esserlo) e l’ora tarda mi convincono a desistere e a tornare indietro. Oltrepassato il buco comunque non si potrebbe procedere oltre… questo è poco ma sicuro. Ridiscendo al torrente, lo costeggio fin dove si può e poi vado sulla riva sinistra. Salgo negli ex pascoli oggi invasi da rovi, rose canine, meli selvatici e prugnoli, aprendomi la strada  a colpi di machete. Ci sono delle piccole piantine di leccio… ne cavo una, la voglio portare a mia madre per trapiantarla; glielo avevo promesso tante volte… Prossimamente porterò con me una corda , arriverò al buco e tenterò di vedere cosa c’è oltre… Oppure un giorno si potrebbe tentare di scendere da un altro versante.   “U Cacch’ v”, come merita,  ritornerà alla magnificenza dei racconti dei pastori…

 

– 14 giugno 2015 – ‘U Cacch’v

 

http://leucodermis.blogspot.com/2015/06/

 Resoconto in video: https://www.youtube.com/watch?v=lp9qd1Hadbc

 

– 6 novembre 2015

Luoghi della memoria e dell’identità: U Cacch ‘v, esplorazione dell’ingresso sommitale

 

Con l’amico Maurizio da un po’ di tempo avevamo intenzione di riscoprire l’antico tracciato di  pastori e cacciatori che portava all’apertura sommitale del Cacch’v. Ricordiamo che Cacch’v indica il recipiente usato dai pastori per bollire il latte, una forma che è evidente sopratttto guardando questa caverna dall’alto. Raccontavano i pastori che buttavano le pietre dal buco sommitale sentendole rotolare fino al torrente. Avevamo esplorato già questa caverna ma salendo da sotto (vedere un altro post dov’è presente anche un video dell’escursione), ci mancava appunto la visione dello stesso luogo dall’alto e scendendo da  sopra. L’escursione è stata faticosa, il terreno è insidioso. Un nostro amico di Mezzana ci ha dato utili informazioni su come arrivare in questo posto e lo ringraziamo. E’ una zona impervia e selvaggia, con ripide pareti rocciose coperte dal bosco e si riesce ad percorrerla seguendo unicamente i sentieri e le tracce di cinghiali e altri animali selvatici. Sono loro i veri padroni di casa e noi visitiamo questo posto in punta di piedi, onorando al contempo la memoria di pastori e cacciatori che qui, in questi luoghi selvaggi hanno  trascorso momenti della loro vita.  Luoghi della memoria e dell’identità da riscoprire ma da custodire gelosamente per assicurarne la pace e la conservazione naturale per le generazioni future della Valle del Frido.

 

– 30 marzo 2017  Calata al Cacch’v

Discesa in corda doppia alla grotta del Cacch’v – by Indio e Maurizio Lofiego

Era da tempo che volevamo fare una calata al Cacch’v, la mitica grotta conosciuta dai pastori e dai cacciatori di un tempo. Finora avevamo esplorato l’interno e il foro sommitale in due diverse escursioni. Con la calata abbiamo potuto fare una discesa integrale unendo i due percorsi. Arrivati all’ingresso prepariamo l’attrezzatura. E’ una discesa delicata, ogni manovra deve essere valutata con attenzione. In primo luogo avvolgiamo la mia mezza corda di 30 metri attorno ad un albero per arrivare al punto in cui dobbiamo fissare la corda di 60 metri, con cui ci caleremo nella grotta dall’ampio foro sommitale. Maurizio si assicura alla corda e si cala in doppia fino al grande albero su cui fisseremo la corda lunga, avvolge una fettuccia e tramite una longe si assicura all’albero creando una sosta; solo dopo che ha fatto questo si sgancia dal discensore.

Poi scendo io, sempre in doppia sul ripido pendio per portargli la corda lunga, che ho sullo zaino. Mi aggancio anche io all’albero. Srotoliamo insieme la corda e la buttiamo giù. “Fa impressione anche solo buttare la corda là dentro”, afferma Maurizio. Ed è così, il Cacch’v visto dall’alto fa un’enorme impressione ed è certo che in questi casi non si possono sbagliare le manovre, perché si rischia davvero “l’osso del collo”. Il Cacch’v era il recipiente usato dai pastori per bollire il latte, di forma cilindrica. In questo caso abbiamo a che fare con un cilindro di una trentina di metri, quasi a forma di imbuto. Preparo il discensore e comincio a calarmi, un passo alla volta. Qualche pietra inevitabilmente rotola giù, finendo nella grotta con un rumore ritardato. Qualche anziano mi ha raccontato che da giovani i pastori si divertivano a buttare le pietre dall’alto per sentirle rotolare giù per diverse decine di metri.

Arrivati sull’orlo della grande apertura circolare, sappiamo che non potremo più tenere i piedi alle pareti e dovremo calarci nel vuoto per una quindicina di metri. E’ il momento più adrenalinico della discesa. Ci sono finalmente, è ora di staccarmi dalle pareti; il movimento mi viene un po’ brusco e sbatto con il ginocchio sinistro, ma non forte; la corda si tende, resto sospeso nel vuoto. In realtà calarsi nel vuoto appesi “ad un filo” è più facile e comodo rispetto a quando si tengono i piedi alla parete; averne timore è per lo più un fatto psicologico. Arrivato giù, grido a Maurizio che sono sceso e mi sono staccato dalla corda. Mi allontano dall’apertura, perché Maurizio smuoverà delle pietre che potranno cadere… e così succede. Maurizio da sopra mi grida che cascano le pietre, ma lo tranquillizzo perché sono al riparo sulle pareti sul lato destro della grotta. Accendo l’action-cam e la macchina fotografica, per riprendere la scena, fra un po’ Maurizio sarà dentro: arriva, sembra stare a testa in giù come un pipistrello. Eccolo staccarsi e scendere sullo sfondo del cerchio illuminato dell’apertura circolare, che contrasta con la scarsa luce dello “stanzone” interno della grotta.

Recuperiamo la corda, facciamo una sosta e poi ridiscendiamo: ci attendono altre due calate in doppia più facili, l’ultima delle quali difficoltosa per la presenza dei rovi. Stavolta usiamo la mezza corda da trenta metri. Mentre mi calo mi fermo dove posso e con il coltellaccio a taglio i rami delle spine, per agevolare la discesa del mio compagno. E’ un misto di speleologia, alpinismo ed escursionismo su terreno impervio e selvaggio, l’escursione di oggi.

Ma al di là dell’adrenalina e dei dettagli più tecnici di questa discesa, le osservazioni naturalistiche non sono mancate durante l’escursione: a cominciare dall’avvistamento di una grossa fatta di lupo, del merlo acquaiolo e di una coppia di corvi imperiali, oltre alle fatte ed impronte di cervo. Quel che conta è vivere la natura nel suo stato di wilderness, cercare sempre l’avventura, indipendentemente dall’attività praticata.

Saverio De Marco

 

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La Grotta di Serra Crispo

L’amico speleologo pugliese Piero Lippolis, tramite Nino Larocca ci aveva segnalato un inghiottitoio interessante, chiedendoci se lo conoscevamo, posto sulla dorsale nord di Serra di Crispo. Non risultando esserne noi a conoscenza, andiamo in esplorazione, seguendo le coordinate da lui inviateci. Capiamo subito che si tratta di un inghiottitoio interessante , affacciandoci notiamo che la grotta è profonda decine di metri, si notano anche dei cunicoli che sembrano procedere in orizzontale, in salita. L’ingresso è però stretto, ma decidiamo di provare ad entrare, per affacciarci e avere la visuale della grotta. Prova Maurizio, ma resta incastrato, non si passa! Per capire quanto è profonda la grotta leghiamo una pietra all’estremità della corda, la buttiamo giù ma non la sentiamo arrivare, con il suo rumore: la corda è tesa, la pietra sembra rimasta sospesa, non ha toccato il fondo. La grotta è quindi di sicuro più profonda di 30 metri. Se si scavasse rimuovendo foglie e terriccio forse si potrebbe ricavare un’altra entrata, ma c’è un lavoro da fare. Poi ci accorgiamo per caso di segni di vernice sulla roccia: GSS 1983 (o 82), si tratta delle iniziali del Gruppo Speleologico Sparviere. Capiamo subito che dovrebbe trattarsi della grotta esplorata da Nino Larocca e Felice Larocca nel 1982, di cui si fa menzione a pag. 150 nel libro: “Pollino Orientale”: “”Solamente una volta, il giorno in cui è stata individuata dal G.S. Sparviere di Alessandria del Carretto(CS) nell’estate del 1982, questa grotta ha visto al suo interno delle persone. Nell’occasione fu eseguito un rilievo, approssimativo, e qualche fotografia, poi da allora non si è potuta più raggiungere perchè si sono perse le sue coordinate!” (Pollino Orientale, 2006).” L’inghiottitoio, esplorato in una sola uscita era caduto nell’oblio, perchè appunto se ne erano perse le coordinate. Ma oggi è stata ritrovata e forse potremo, dopo 36 anni, capire meglio i suoi segreti in successive escursioni speleologiche.

Saverio De Marco

(Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano)

 

VIDEO A QUESTO LINK:

 

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Dal Pollino all’Alaska. Incontro con Pasquale Larocca

Si è svolta il 18 maggio a San Severino Lucano l’iniziativa dedicata all’avventura di Pasquale Larocca, l’atleta di Terranova di Pollino arrivato primo alla “Iditasport Race”, una delle più estreme gare al mondo sulle nevi, in Alaska. Almeno per chi frequenta il Pollino Pasquale non ha bisogno di presentazioni, essendo una delle figure “rappresentative” del territorio: maestro di sci, tecnico del Soccorso Alpino e operatore turistico nonché guida di mountain bike. Il Gruppo Lupi San Severino Lucano si prefigge fin dalla nascita di dare risalto con queste iniziative a quelle “risorse umane” che contribuiscono alla conoscenza del territorio nonché alla diffusione delle attività legate alla montagna e agli ambienti naturali in genere.

Pasquale Larocca ha raggiunto il traguardo in tre giorni invece di cinque, il tempo massimo previsto da regolamento per percorrere circa 300 chilometri sugli sci a temperature glaciali, affrontando tutti gli imprevisti che possono sorgere in queste situazioni.
Partito il 18 febbraio da Anchorage alle 22, ore italiana, è stato l’unico partecipante italiano nella gara di sci, per la prima volta nella storia della competizione proveniente dal Sud Italia. Pasquale è già campione assoluto della  “Sila 3 Vette” e delle maratone “Winter Challenge” e “Rovaniemi 150”, al circolo polare artico, in Svezia.

L’ Alaska è preponderante nell’immaginario collettivo degli appassionati di natura e montagna. Si può citare Jack London e i suoi racconti evocativi, con  le descrizioni delle avventure di cacciatori d’oro nella desolazione della natura selvaggia, di lupi e di cani da slitta, o anche per arrivare ai tempi recenti, Into the Wild, film dove si racconta l’esperienza di un giovane che dopo un anno passato on the road girovagando per gli USA  affronta la solitudine nella wilderness dell’Alaska, assunta come meta finale e destino esistenziale. L’itinerario della gara del resto prende spunto dalla storia di Balto, un siberian husky che, in staffetta con altre mute di cani, riuscì a portare il vaccino in una città dell’Alaska, isolata a causa delle condizioni atmosferiche, salvando la vita a centinaia di bambini affetti da difterite. Anche quella di Pasquale ha la dimensione di una grande avventura che va oltre la semplice gara sportiva, un’impresa dove l’uomo è messo a contatto con la wilderness, la natura nei suoi elementi primordiali, come il gelo, la neve, la foresta, che è fatta di meraviglie e pericoli. Ogni appassionato di natura selvaggia sa bene che la componente della “sfida” con se stessi è essenziale negli sport e nelle attività legate alla natura selvaggia. E’ “l’azione” in cui è protagonista il corpo, dove emerge la fisicità pura, che per citare Schopenhauer è la quintessenza della “volontà”.

Dal video proiettato in sala si sono potuti visionare alcuni momenti significativi dell’impresa, girati dallo stesso Pasquale con una semplice “GoPro” dove si può solo immaginare la stanchezza, il forte vento, le temperature glaciali a cui si deve adattare il corpo umano, comprese tra -10 e oltre -30 gradi. Gli aneddoti raccontati  da Pasquale rimandano alle situazioni limite, di sopravvivenza che si possono incontrare in ambienti così proibitivi: basta una semplice disattenzione per compromettere l’intera gara ed incorrere in situazioni di pericolo. Si può perdere un guanto, sbagliare direzione, trovarsi in mezzo ad un blizzard, una forte tempesta di neve dove la visibilità è limitata e la temperatura percepita è  molto bassa; l’acqua che si porta nello zaino, vitale per essere sempre idratati,  può congelare facilmente. La stanchezza e il freddo possono portare anche agli sbalzi d’umore, a piangere e a parlare da soli, a sfogarsi urlando nel silenzio gelido… Come afferma lo stesso Pasquale importante è in questi casi, oltre la preparazione atletica, l’attrezzatura e una buona dose di fortuna, anche un sano “spirito di adattamento”, che non manca tra i montanari del Pollino.

Pasquale infatti vive su Pollino e sulle nostre montagne si è allenato per prepararsi ad una gara così dura. Come i nostri pini loricati che sfidano le intemperie delle vette, ha resistito con tenacia alle avversità.

L’accostamento del Pollino all’Alaska può apparire forzato, ma è esatto anche dal punto di vista della filosofia wilderness, essendo quella del Pollino una wilderness in miniatura, (un francobollo di wilderness rispetto all’Alaska), di minore estensione ma con un valore altrettanto importante per chi lo frequenta. Anche perché oltre la sfida, in qualsiasi ambiente naturale lasciato integro subentrano le emozioni che quei  luoghi suscitano con la loro bellezza. Non solo azione quindi, ma anche “contemplazione”.

Il racconto di questa impresa andrà anche nelle scuole e ciò è importante, perché questa sfida ha quasi un risvolto etico, che lascia un messaggio significativo: lo sport e la natura sono importanti nella vita dell’uomo e con la tenacia e la forza di volontà, con il sacrificio si possono superare anche le sfide più estreme.

Saverio De Marco

(Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano)

 

Sentieristica sul Pollino: considerazioni, critiche e suggerimenti

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*Relazione presentata alla riunione sulla Sentieristica tenutasi il 27 febbraio alla sede dell’Ente Parco di Rotonda

Il documento è condiviso in linea di principio dalle seguenti guide ed esponenti delle associazioni:

Giorgio Braschi, Emanuele Pisarra, Giuseppe Cosenza, Nicola MeleQuirino Valvano, Silvio Carrieri (Guide Ufficiali Parco Nazionale del Pollino)

Maurizio Lofiego (Guida Ambientale Escursionistica)

Enzo Peluso (Forum Stefano Gioia)

Francesco Maturo (Presidente Soccorso Alpino Basilicata)

 

Sentieristica sul Pollino: considerazioni, critiche e suggerimenti

  • Cosa è e cosa non è un sentiero

Il presupposto di ogni discussione sulla sentieristica non può prescindere dal chiedersi: “cos’è un sentiero?”. Una volta tenuta in conto la sua corretta definizione si potrà fare un discorso sulla manutenzione e segnaletica. Definire cosa è qualcosa porta poi necessariamente  e logicamente a definire anche “cosa non è”.

Un sentiero è una traccia di calpestio. Sentieri esistono anche in natura, quando sono creati dal passaggio degli animali selvatici. Anche la giurisprudenza su questo è abbastanza chiara:  “Sentiero (o mulattiera o tratturo): strada a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni e di animali“.

Dalla giurisprudenza emergono altre definizioni: il sentiero è individuato in quel tracciato che si forma naturalmente e gradualmente per effetto di calpestio continuo e prolungato (Cassazione, maggio 1996, n. 4265) ad opera dell’uomo o degli animali, in un percorso privo di incertezze e ambiguità, riportato nelle mappe catastali (Cassazione, 29 agosto 1998, n. 8633; Cassazione, 21 maggio 1987, n. 4623).

Ogni operazione che intenda mantenere e segnare un sentiero non può prescindere da questa definizione, che ha delle implicazioni notevoli, che richiamano in causa appunto cosa non dev’essere un sentiero.

Un sentiero per intenderci non è una strada sterrata aperta ex novo con una ruspa, non può essere costituito da traversine ferroviarie (sic!) (http://www.mountcity.it/index.php/2017/02/25/attenti-a-quel-sentiero-e-tossico/), gradini di pietra, di cemento o anche di legno. Non servono staccionate, panchine, capanni per l’osservazione della fauna o capanni in punti panoramici. Eventuali ponti per l’attraversamento di torrenti non possono e non debbono essere realizzati con i piloni in cemento, ma si deve usare solo il legno, costruendo rustici ponticelli, ancora meglio con materiale reperito in loco,  che sono perfettamente funzionali e si armonizzano con l’ambiente naturale.

La manutenzione di un sentiero cioè non può prescindere dal rispetto dell’integrità naturalistica dei luoghi, dall’impatto visivo delle opere, dall’armonizzazione del sentiero con l’ambiente circostante. I sentieri più belli che io conosca sono quelli nati grazie al passaggio dei pastori coi loro greggi, di carbonai o “mulattieri”…

Si richiamano questi aspetti deplorevoli della sentieristica perché esistono casi di sentieri realizzati nel Parco con criteri assolutamente inadeguati ed impattanti. Qui di seguito si riportano alcuni link ad articoli  in cui si parla appunto di esempi negativi di sentieristica nel Pollino: http://pollinowild.blogspot.com/2017/02/quando-la-sentieristica-deturpa-i.html; https://www.gognablog.com/sentieri-del-pollino/

http://pollinowild.blogspot.com/2010/09/ruspe-e-cemento-nella-valle-del-fiume.html

 

  • Segnaletica

E’ normale che la segnaletica in un Parco Nazionale sia importante nella sentieristica, per aiutare l’escursionista nell’orientamento. In proposito sono ormai di dominio comune le linee guida del CAI, Club Alpino Italiano sulle regole che dovrebbero tenersi nella segnaletica dei sentieri ( http://www.cce.cai.it/files/Op-167×24-Quad1-low.pdf ) Detto questo anche l’eccesso di segnaletica può creare impatto sulla bellezza e l’integrità wilderness dei luoghi. Dev’essere chiaro, a scanso di equivoci,  che un sentiero non è una strada urbana con guard rail e tabelle dappertutto.

In particolare si espongono alcune considerazioni, critiche e suggerimenti con riguardo al Parco del Pollino:

 

  • Evitare panchine, cestini di rifiuti, capanni, anche nei sentieri più turistici. Stiamo parlando di sentieri riguardanti un Parco Nazionale, non un parco urbano o una villa cittadina!
  • Le bandierine color bianco e rosso non dovrebbero imbrattare gli alberi secolari e monumentali: devono sempre prediligersi possibilmente sempre alberi giovani e di piccolo diametro. Evitare di apporre per lo stesso motivo bandierine su rocce monumentali.

 

  • Assolutamente da evitare le enormi file di massi o pietre disposte in linea retta “con la lenza” nei pianori o altre aree aperte, le “Linee Nazca”, come qualcuno le ha chiamate, come purtroppo è stato fatto anni fa. Ecco qui allegato un articolo critico sulla questione (https://www.wilderness.it/sito/il-pollino-e-la-sentieristica/).) Invece delle file di pietre si possono usare omini di pietra o piccoli paletti.
  • Sarebbero da preferire sempre le frecce e tabelle in legno e non in forex (ovvero plastica): il legno, oltre ad essere più ecologico e bello esteticamente è anche più resistente ad atti di vandalismo. Ad esempio, se si dà un pugno su una freccia o tabella in forex, questa si rompe facilmente, diversamente da una freccia di legno. Le frecce di forex, essendo di plastica, una volta a terra, rotte da incivili o da animali, diventano dei rifiuti inquinanti e antiestetici. (Vedere la segnaletica di parchi e aree wilderness americane per farsi un’idea…)
  • I tabelloni esplicativi vanno bene, ma solo agli imbocchi dei sentieri, vicino alle strade, non in alta montagna, come quelli affissi per esempio al Colle Gaudolino: in tal caso sono inutili e antiestetici. La natura non è un museo dove ad ogni passo ci dev’essere spiegato cosa c’è in un determinato luogo. Stesso discorso vale per i pannelli esplicativi su flora e fauna: per esplicare la flora e la fauna esistenti bastano le guide che potranno portare con sé delle schede o mostrar sul posto piante, animali avvistati, reperti. Il coinvolgimento delle guide potrà essere decisivo anche per la fruizione dei disabili. Non serve ad esempio stravolgere un sentiero con corde e staccionate presupponendo che una persona cieca vada da solo in un bosco tenendosi ad una fune, come è stato fatto molti anni fa a Bosco Magnano.
  • Le bandierine bianche e rosse dovrebbero sempre essere della misura standard (non delle “lenzuolate”!) ed essere poste solo dove necessario. Chi non ha un minimo senso dell’orientamento si affiderà ad una guida.  Ciò significa che in pratica non si può mettere un segno di conferma o di “conforto” ogni 5 metri, ma solo dove la traccia risulta labile o in prossimità di diramazioni importanti. Opportuni sono gli omini di pietra, ma piccoli e a secco (senza cemento, dovrebbe essere scontato).
  • La sentieristica dovrebbe privilegiare il ripristino di tracciati già esistenti, sentieri “storici” che magari si sono chiusi o la cui traccia è discontinua, rispettandone la conformazione originaria. Ciò è importante per valorizzare la rilevanza storico-antropologica di sentieri, mulattiere, tratturi…

 

  • Manutenzione ordinaria

Dalle ragioni espresse nei punti precedenti si desume che la manutenzione di un sentiero non può essere equiparata ad opere pubbliche come  strade asfaltate o  ponti. Gli interventi relativi alla sentieristica devono essere minimi, affidate a persone che conoscono e amano la natura, costanti negli anni, rispettosi dell’ambiente e spalmati nel tempo. Non si può pensare di creare o riaprire un sentiero e poi non intervenirvi anno dopo anno con piccoli aggiustamenti, appunto perché la manutenzione e la segnaletica di un sentiero non sono un’opera durevole per decenni.

In cosa consistono gli interventi di manutenzione? Di solito si tratta di pulire i sentieri da cespugli e rovi, allineare dove necessario pietre e rami per evidenziare la traccia, oltre a segnare i sentieri. Sono tutti interventi che andrebbero fatti ogni due-tre anni al massimo, non si possono fare “una volta per tutte”. Nella manutenzione ordinaria rientra il ripristino e il mantenimento di sorgenti e fontanili.

  • Sentieri e sicurezza

Il discorso sulla sicurezza può portare a implicazioni negative quando si parla di sentieri, perché con la scusa della sicurezza potrebbe sorgere la tendenza ad addomesticare, banalizzare e stravolgere i sentieri del Parco, i quali sono anche un patrimonio storico-antropologico che pertanto deve essere conservato nella sua integrità naturalistica e conformazione morfologica. Non si possono far diventare, per intenderci, sentieri per escursionisti esperti in sentieri turistici, come appunto è successo nel caso ad esempio del sentiero che porta a Ponte d’Ilice da Civita. Spesso la bellezza di un sentiero sta anche nella sua difficoltà, nei luoghi impervi che attraversa: la messa in sicurezza con staccionate, gradini, panchine, eccesso di segnaletica  ecc. spesso non fa che stravolgere appunto il fascino selvaggio o rurale dei luoghi attraversati. Per intenderci, se un sentiero di difficoltà E o EE attraversa un punto esposto, sarebbe sbagliato installarvi una staccionata, che con gli anni potrebbe anche diventare pericolosa.  Per fare un esempio, un sentiero come quello della Scala di Barile nelle Gole del Raganello, perderebbe tutto il suo fascino avventuroso qualora fosse addomesticato con la “messa in sicurezza”.

In linea generale,   non è il sentiero che deve adattarsi alle capacità dell’escursionista ma viceversa è l’escursionista che in base alle sue capacità dovrà adattarsi alla tipologia del sentiero. La natura farà spontaneamente selezione, cosicchè i sentieri e i percorsi che per la loro conformazione naturale sono più facili e turistici saranno fruiti da famiglie, bambini e anziani, mentre quelli più impegnativi da chi ha maggiori capacità ed esperienze. I turisti meno esperti si potranno rivolgere inoltre alle guide ufficiali/guide ambientali escursionistiche, che garantiscono ai loro clienti elevati standard di sicurezza sia con scelta dell’itinerario in base alla tipologia degli accompagnati, sia durante l’escursione con il supporto tecnico di cui sono capaci.

 

  • Chi lavora alla sentieristica?

Negli scorsi anni si è affidata la sentieristica a ditte e progettisti, appunto come se si trattasse di una grande opera pubblica, con appalti di centinaia di migliaia di euro. Pur non entrando nel merito delle modalità tecniche e burocratiche di assegnazione dei lavori, si enunciano affermazioni di buon senso, basate sull’esperienza e il richiamo al rispetto dei luoghi naturali e alla comunità locale. La sentieristica potrebbe diventare anche occasione di lavoro per le professionalità del Parco e dovrebbe essere affidata a Guide ufficiali del Parco, alle Guide Ambientali Escursionistiche (rientranti in associazioni come AIGAE e LAGAP), associazioni escursionistiche come CAI (Club Alpino Italiano) e altre presenti sul territorio (come l’associazione Gruppo Lupi di San Severino Lucano che rappresento). L’ideale sarebbe finanziare i comuni che potrebbero poi affidare alle guide locali i sentieri di pertinenza relativi alla valle/territorio di appartenenza. Ovviamente è scontato che la sentieristica in tutto il territorio del Parco dovrebbe seguire gli stessi standard generali. Eventuali braccianti, tecnici e progettisti dovrebbero essere coordinati dalle guide. In generale, lavori di manutenzione fatti bene hanno sempre visto la direzione e il coinvolgimento di guide esperte e associazioni.

Saverio De Marco

Consigliere Nazionale Associazione Italiana Wilderness e Delegato per la Basilicata

Guida Ambientale Escursionistica (AIGAE)

Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano

 

In ricordo di Giuseppe Cancelliere ad un anno dalla sua scomparsa

“Mi piace pensare a come sarebbe il mondo egli umani se tra i sentimenti dell’intera umanità quello per la bellezza fosse il privilegiato, nutrimento dell’anima, estasi.”

(Giuseppe Cancelliere)

 

*Intervento dell’Associazione Gruppo Lupi San Severino Lucano al convegno in memoria di Giuseppe Cancelliere tenutosi a Policoro il 24 novembre 2018

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Giuseppe Cancelliere aveva conosciuto la nostra associazione precisamente due anni fa, ad un’iniziativa sul Chirotteri nel Parco del Pollino, ed era diventato subito uno dei nostri soci più attivi. Gli interessava in particolare l’approccio del Gruppo Lupi, orientato non solo all’escursionismo in senso meramente ludico-sportivo, ma anche alla divulgazione naturalistica e alla conoscenza del territorio. Come tutti sappiamo suo campo di interesse principale erano gli insetti e in particolar modo i coleotteri.

Le escursioni erano per lui  sempre l’occasione, perciò di fare anche ricerca entomologica. Ricordo Giuseppe guardare nei tronchi marcescenti, oppure osservare attento il terreno, spostando qualche pietra lungo il cammino, alla ricerca di qualche coleottero. Lo rivedo anche isolarsi ogni tanto dal resto del Gruppo, immerso nel suo mondo…

Dopo la sua iscrizione al Gruppo Lupi la nostra amicizia si stava consolidando e mi aveva rivelato che stava indagando su una nuova specie di coleottero del Pollino, del genere Dorcadion, che penso prenderà sicuramente il suo nome. Mi disse che stava anche facendo ricerca su una specie di maggiolino che non era stato ancora segnalato in Calabria. Ricordo che una volta lungo un sentiero mi capitò di avvistare un coleottero e gli segnalai subito la cosa. Lo prese in mano e ci spiegò che era un Dorcadion. Dopo l’escursione mi spiegò, in privato, che avrebbe voluto fare i salti di gioia, perché aveva trovato un esemplare della probabile nuova  specie che stava studiando in quel periodo. Giuseppe inoltre ci illuminava sui metodi della ricerca entomologica, che io e tanti altri ignoravamo prima di conoscerlo. Grazie a Giuseppe il mondo misterioso dell’entomologia diventava ad ogni escursione, ad ogni incontro, più chiaro… E io, come anche altri soci della nostra associazione presi l’abitudine di mandargli foto di coleotteri ed altri insetti che mi capitava di incontrare lungo le mie escursioni e che grazie alla sua bravura adesso riuscivo ad identificare.  In progetto c’era anche una ricerca sui coleotteri delle grotte, visto che Giuseppe era a conoscenza delle attività speleologiche del Gruppo Lupi. E anche in quel campo si aprivano scenari interessanti sulla ricerca faunistica e sulla possibilità di scoprire nuove specie…

 

Ma Giuseppe non era solo un entomologo. Era un ambientalista a tutto tondo che amava il Pollino e la natura selvaggia e che – voglio ricordare soprattutto questo – si impegnò attivamente nella battaglia che ci vide impegnati un anno fa per difendere il Fiume Frido dallo scempio dei lavori per la costruzione di una centrale idroelettrica… Battaglia che riuscimmo a vincere anche grazie all’impegno profuso da Giuseppe Cancelliere, che non mancò mai a nessun appuntamento.

Sarebbe riduttivo parlare di una persona, ovviamente, ricordando solo le sue passioni ed interessi. Dal punto di vista umano Giuseppe era prima di tutto una persona vera, leale, che accettava sempre il confronto ma che era sempre risoluto a difendere le idee in cui credeva. E parlava sempre  con cognizione di causa. Ricordo con piacere le tante discussioni che faceva con me e con altri soci, e che spaziavano dai temi della conservazione della natura nelle aree protette a quelli sulla gestione della fauna, all’etica della ricerca scientifica e alla politica… Nonostante fosse una persona riservata non erano pochi i momenti in cui Giuseppe si lasciava andare a battute divertenti, ridendo e  scherzando.

Mi capita spesso, e forse capiterò anche ad altri amici di Giuseppe, di incontrare dei coleotteri e di pensare immediatamente a lui. Come se un po’ della sua anima sia presente in quegli esseri misteriosi che lui tanto amava. Ed ho pensato a lui anche questa estate, a luglio, quando mi è capitato di avvistare un esemplare di Buprestide splendente, un gioiello vivente per la sua bellezza, importante perché si tratta del coleottero più raro d’Europa, che in Italia vive solo sui pini loricati del Parco del Pollino (di questo avvistamento c’è un video sul canale Youtube della nostra associazione). Ecco, quell’avvistamento speciale come tanti altri che faremo durante le nostre escursioni è dedicato all’amico Giuseppe Cancelliere e alla sua opera di ricerca e divulgazione naturalistica…

Saverio De Marco

Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano

 

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Buprestis splendends

La notte dei gufi: un incontro divulgativo per conoscere l’affascinante mondo dei rapaci notturni

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Si è svolto a San Severino Lucano, sabato 20 ottobre, l’evento di divulgazione ambientale sui rapaci notturni, organizzato dal Gruppo Lupi San Severino Lucano e dal centro Studi de Romita. L’evento è stato patrocinato da AIGAE (Associazione italiana Guide Ambientali Escursionistiche), valido come corso di aggiornamento professionale per le guide. Più di una ventina i partecipanti, tra cui parecchie guide ambientali escursionistiche della Basilicata, naturalisti, escursionisti e comuni cittadini, venuti anche da lontano.

La relazione è stata tenuta dal Dott. Simone Todisco, naturalista e agrotecnico pugliese, che si occupa da anni di monitoraggi faunistici, con particolare riferimento ad avifauna ed erpetofauna, nonché di educazione ambientale. In tarda serata si è svolta invece una passeggiata notturna diretta all’ascolto dei versi dei rapaci notturni e con la finalità di esplicare i metodi di censimento utilizzati.

Il dottor Todisco, con uno stile espositivo semplice e al contempo con rigore scientifico, ha illustrato al pubblico la biologia, la morfologia e le questioni di conservazione degli strigiformi, toccando anche temi come la mitologia, le superstizioni e credenze legate a questi uccelli nelle culture umane. Gli strigiformi sono un ordine di uccelli presenti da sessanta milioni di anni, non imparentati con i rapaci diurni. La Basilicata vanta la presenza di quasi tutte le specie presenti in Italia (7 su 10), un tesoro immenso dal punto di vista della biodiversità. Come ha illustrato il dott. Todisco, tali specie sono dei bioindicatori, poiché ci danno ragguagli della salute di un determinato ambiente, per cui la loro presenza è indicativa di habitat sani. Sono inoltre alleati dell’uomo nell’agricoltura biologica, in quanto predatori di roditori dannosi per le piante, solo per fare un esempio. Sono, in parole povere, un simbolo sia dell’’armonia che può esistere tra uomo e natura nelle aree rurali, sia della wilderness, della natura più selvaggia e indomita, se si pensa a rapaci come il gufo reale.

Conoscere le problematiche inerenti la conservazione dei rapaci notturni è utile a soggetti come  le associazioni escursionistiche o  le guide ambientali. Permette di comprendere che esistono habitat integri che devono restare indisturbati: ad esempio, il gufo reale, raro e localizzato in Basilicata, nidifica in ambienti accidentati e cenge rocciose, ed è molto sensibile al disturbo antropico; per cui è bene che certe aree delicate siano poco o per niente frequentate (giuste quindi, ad esempio, le misure di regolamentazione delle attività di arrampicata nei siti riproduttivi). Le azioni di sensibilizzazione sono dirette a comprendere i problemi che caratterizzano i rapaci notturni, come gli avvelenamenti, le potature scorrette degli alberi, eliminazione di piante morte idonee alla riproduzione, l’impatto di cavi elettrici, pale eoliche e vetrate di edifici… e a intraprendere le necessarie misure di tutela (conservazione e gestione corretta degli ambienti naturali, attenzione nei restauri degli edifici, nidi artificiali ecc.).

Le guide potranno comunicare le conoscenze sulla fauna e quindi anche sui rapaci notturni a gruppi e comitive di turisti, nonché alle comunità locali, facendosi da mediatori tra il mondo scientifico e la gente comune, sfatando così miti duri a morire e ponendo un freno alla disinformazione (le tante bufale che girano su internet) che spesso si diffonde sui social.  Il ruolo delle guide e delle associazioni escursionistiche, in quanto conoscitori e “esploratori” del territorio, potrà risultare inoltre prezioso ai fini dei censimenti dei rapaci notturni, tramite avvistamenti e ritrovamento di tracce, come ad esempio le borre (rigurgiti che contengono ossa o esoscheletri, grazie ai quali è possibile risalire alle prede cacciate dai rapaci notturni).  Anche le istituzioni, come gli Enti Parco, potrebbero avvalersi del contributo di ricercatori e guide se si tiene ferma la mission che dovrebbe caratterizzare un’area protetta: ovvero la conservazione della natura rispettando i diritti delle comunità locali, nell’ottica di una fruizione turistica sostenibile delle aree naturali.

Lo spirito di questo come di altri incontri dell’associazione è quindi quello dell’iniziativa “dal basso”, che favorisce l’incontro e lo scambio di informazioni tra soggetti con esperienze e conoscenze anche diverse, che crea situazioni di socialità e prelude, sinergicamente, a nuove iniziative. Le associazioni possono dare un contributo importante nell’educazione e nella divulgazione ambientale e spesso colmano il vuoto lasciato dalle istituzioni.

Come da statuto, l’associazione Gruppo Lupi San Severino Lucano persegue appunto tra le altre cose, la finalità della divulgazione ambientale, e in un senso molto “pratico”: nelle nostre escursioni si ha sempre un approccio non meramente ludico-sportivo ma naturalistico, con lo scopo di osservare l’ambiente che ci circonda. Molto attenti inoltre siamo ai social, veicolo di diffusione straordinario di informazioni, se usato in maniera corretta. Da qualche anno è attivo il gruppo Face book dell’associazione, una delle pagine sul territorio del Pollino (e non solo) più seguite, aggiornato quotidianamente, dove si discute di flora e fauna, di tutela ambientale e di turismo naturalistico, dove anche la gente comune può contribuire con proprie foto e aneddoti, chiedendo pareri agli esperti che vi intervengono.

In queste ultime righe conclusive si ringrazia il dott. Simone Todisco per la sua interessante conferenza, la socia Tina De Palma per averla resa possibile, l’AIGAE per averla patrocinata. Si ringrazia inoltre Don Antonio Zaccara per aver messo a disposizione la sala del Centro Parrocchiale e la Pro loco di San Severino Lucano per il supporto tecnico. Si ringraziano i partecipanti e gli interessati all’evento.

Saverio De Marco

Presidente Gruppo Lupi San Severino Lucano

Guida Ambientale Escursionistica AIGAE

Consigliere nazionale Associazione italiana Wilderness (AIW)

Il Piviere Tortolino

Avvistamento di una coppia del raro Piviere Tortolino nei pressi delle paraterie di cresta di Serra delle Ciavole, durante l’escursione sociale del Gruppo Lupi San Severino Lucano del 15 settembre 2018 (foto di Maurizio Lofiego). “Si tratta di uno degli uccelli più rari d’Italia, frequentatore e nidificante nell’Artico e, in Italia nella sola Majella. In questo caso si tratta indubbiamente di individui in rotta di migrazione, i quali al contrario degli altri uccelli d’acqua anziché le paludi, per le loro soste scelgono i pascoli d’altitudine alpini ed appenninici” (F. Zunino). Per altre informazioni sul Piviere tortolino segnaliamo il seguente link: http://www.libereali.it/2012/08/a-tu-per-tu-con-il-piviere-tortolino.html

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